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Le terre dei Gambacorta
Articolo di Le Terre Dei Gambacorta pubblicato il 19/8/2009 (2002 Letture)

Terre di memorie quelle dei Gambacorta, valle di transito e insediamento di popolazioni, Ver Sacrum dei Sanniti, luogo di scontri, paesaggio incantevole, ricco di storia. I Gambacorta tennero per molti anni queste terre che oggi appartengono a quattro comuni: Frasso, Melizzano, Dugenta e Limatola. In premessa accenniamo brevemente alla famiglia Gambacorta. Si sa che i Gambacorta, originari della Germania, passarono in Italia nel 1070, stabilendosi a Pisa nel 1160, dove, dopo varie vicende, divennero signori della città con Andrea Gambacorta e Pietro Gambacorta, figlio di Andrea, il quale fu eletto signore di Pisa il 20 febbraio del 1369. Ultimo signore della città fu Giovanni Gambacorta morto nel 1431, nipote di Pietro. L’avventura dei Gambacorta nel Regno di Napoli inizia con Gherardo o Gerardo, secondogenito di Giovanni, ultimo signore di Pisa, il quale evidenziò indubbie doti di condottiero che rinveniamo proprio in un suo discendente che porta il suo stesso nome. Difatti Gerardo militò al seguito del “Re Magnanimo” Alfonso I d’Aragona (1442 – 1458) con tanto valore e fedeltà che il Sovrano intese premiarlo con innumerevoli doni concedendogli la possibilità di trasferire la sua famiglia nel Regno di Napoli nel 1454. I Gambacorta entrarono in possesso del Ducato di Limatola nel 1510 con Francesco Gambacorta che sposa Caterina Della Ratta, nipote della contessa di Caserta, Caterina della Ratta, la quale nel 1481 aveva sposato Cesare d’Aragona, figlio naturale di Ferdinando I. I coniugi d’Aragona, non avendo eredi diretti, promisero in dote il ducato di Limatola e le terre di Melizzano, Frasso e Dugenta alla nipote. (Santoro L. La spedizione di Lautrec nel Regno di Napoli, Galatina, 1971, p. 107). Il 14 novembre del 1504 Cesare d’Aragona muore in Francia dove si era recato per giurare obbedienza a Luigi XII, lasciando in eredità alla moglie tutti i suoi beni, comprese le terre di Limatola, Dugenta, Melizzano e Frasso, l’antica Terra Fraxi. (L. Volpicella, Regis Ferdinandi Primi Instructionum Liber, Napoli 1916, p. 233). Difatti il 26 marzo del 1506 Ferdinando il Cattolico conferma a Caterina della Ratta tutti i beni ereditati alla morte del marito, compresi il ducato di Limatola e i feudi di Frasso, Dugenta e Melizzano, i quali a loro volta vengono donati, così come promesso, alla nipote Caterina della Ratta nel 1510, in occasione del suo matrimonio con Francesco I Gambacorta, come già riferito. (Miniero Riccio, Dal Repertorio di Terra di Lavoro nell’Archivio di Stato Napoli, in ASC II, p. VI Fasc. III, 1893/41 p. 677 – 78). La duchessa Anna Gambacorta rivendica quindi la restituzione delle terre avute in dote dalla contessa sua zia e precisamente Caserta con i feudi di Limatola, Frasso, Melizzano e Dugenta, compresa Sant’Agata e Bagnoli. Così leggiamo in un documento in lingua spagnola. Ella (Anna) “pretiende que se deven de restituyr las tierras de Caserta… y Sancta Agata y el Castillo de Banyuelo…” (N. Cortese, Feudi e Feudatari napoletani della prima metà del Cinquecento. Estr. dall’arc. Di Stato Napoli, 54/56. Napoli 1931, p. 77/78). In seguito per l’appoggio dato al Lautrec dalla duchessa Anna Gambacorta e dal marito Giulio Antonio, i beni ereditati furono loro confiscati. Tuttavia nel 1533 i coniugi Gambacorta riacquistarono dal Viceré Pietro Toledo la città di Caserta con tutti i diritti ad essi attinenti, compresi i feudi di Limatola, Frasso, Melizzano e Dugenta per la somma di 18.000 ducati. (G. Aragosa, Limatola e il suo castello medievale, da “Quaderni della Biblioteca del Seminario di Caserta”, vol. IV, pag. 25 Caserta 1999). Nel 1538 Baldassarre Gambacorta, figlio di Francesco e Caterina della Ratta, ebbe l’investitura dei feudi di Limatola, Fasso, Dugenta, Melizzano e Vico. (G. Iulianiello, La famiglia Gambacorta feudataria di Limatola; in “Rassegna storica dei comuni”, anno XXIX n. 118 – 119, Maggio – Agosto 2003, p. 86). In seguito i feudi di Frasso, Melizzano, Dugenta e Limatola passarono ad altre famiglie nobili. Più specificamente, il feudo di Frasso fu tenuto dai Gambacorta, molto probabilmente, fino al 1647, quando il principe, essendogli stato ammazzato il figlio, si rifugiò nel castello di Limatola. (Meomartini, I comuni della provincia di Benevento). Per Limatola le notizie sono più precise. Difatti i Gambacorta tennero il feudo di Limatola per circa 192 anni e cioè dal 1510 al 1578 e dal 1610 al 1734. Dalle continue pressioni dei Gambacorta per ottenere le terre di Limatola, Frasso, Melizzano, Dugenta si evidenzia l’importanza di questo territorio sia per la sua posizione strategica, sia per la fertilità del suolo, sia per la bellezza del paesaggio, certamente uno dei più belli d’Italia, che si può ammirare, dalle alture del Taburno che svetta nella sua vastità e sulle cui pendici già a partire dal I secolo a.C. furono impiantati i vigneti diffusi nella Valle Telesina dai coloni romani dedotti a Benevento verso la metà del I sec a.C. da Munazio Planco, uomo politico romano che coprì numerose cariche. Il vitigno, secondo la testimonianza di Plinio il Vecchio, proveniva dalla Gallia (Plinio N. H. 14, 18) e forse fu importato proprio da Munazio Planco che, tra l’altro, fu governatore della Gallia Transalpina nel 44/43 a.C. Questo vitigno, lodato da Cicerone, Marziale ed Orazio, verso l’età neroniana cominciò a produrre un’uva che aromatizzava il vino dandogli un sapore di pino (G. Aragosa, Viaggio Nel Sannio, La Scarana, Benevento, 2002, p. 204). Anche il sommo Virgilio canta le viti e gli ulivi che verdeggiano alle falde del vasto Taburno: “Iuvat Ismara, Baccho/ conserere atque olea magnum vestire Taburnum” (Georg. II, 37 – 38). È bello far germogliare dall’Ismaro le viti e rivestire il grande Taburno di ulivi. È questa un’antica terra solcata dal Volturno e delimitata, oltre che dal Taburno, dai Monti Tifatini e dai monti Caiatini sulle cui cime svettano ancora antiche fortezze e castelli medievali, quali la fortezza sannitica di Monte Alifano, IV sec. a.C., con cinta muraria che racchiude un’area fortificata di 2,50 ettari (Conta Haller, Ricerche su alcuni centri in opera poligonale in area campano-sannita, Napoli, 1978) e il castello medievale di Limatola. Terra abitata dai Sanniti, gentes fortissimae Italiae (Plinio); gens vana indocilisque quieti (Silio Italico), i quali proprio dalle fortezze dei Monti Tifatini (Samnites ea tempestate in montibus vicatim habitantes – Livio IX, 13, 7) scesero in pianura nel 424 a.C. sottomettendo Capua, capitale della federazione etrusca, la cosiddetta Dodecapoli. (Livio, VII, 29). Terra dove l’insediamento paganico, ovvero per vicus e pagus fu il risultato di una complessa mediazione tra l’intervento romano e le forme preromane. (L. Capogrossi Colonnesi, in Ager Campanus, Jovene, Napoli, 2002, p. 82). Insediamento che in certo senso permane ancora oggi, per piccoli centri (vicus) e case sparse (pagus). Terra di passaggio di eserciti, condottieri, popoli: di qui passarono le armate di Annibale, di qui passò Fabio Massimo, il temporeggiatore che nel 558 di Roma distrusse l’antica Melae, oggi Melizzano; di qui passò Claudio Marcello il quale nell’anno 215 a.C. assalì una guarnigione cartaginese di tremila soldati,  lasciati da Annibale presso Melae, a guardia di una gran quantità di grano di 250.000 moggi e 100.000 di orzo. (Livio, XXVII, 1). Di qui fu veicolata la lingua osco-sannita che avendo raggiunto l’apogeo nella cosiddetta Mesògeia Campana, di cui era capitale Capua, si diffuse in tutto il Sannio, il cui corpus di iscrizioni in lingua osco – sannita ammonta ad oltre quaranta iscrizioni lapidarie, più una ventina su supporto metallico e decine e decine su instrumentum, ovvero bolli, laterizi, graffiti su ceramiche etc. Terra di battaglie come quella combattuta nell’anno 83 a.C. tra Cornelio Silla, che ritornava dall’Oriente vittorioso contro Mitridate e il console Norbano il quale, partito da Capua, tentò di sbarrargli la strada per Roma. La battaglia, secondo alcuni storici, tra i quali il Nissen, si svolse proprio nella pianura tra Dugenta e Limatola. Terra di commercio di vino, olio e anche dei prodotti della pesca. Difatti dai registri della Cancelleria Angioina veniamo a conoscenza della pesca dello storione nel fiume Volturno presso Dugenta e nel Calore il quale era venduto a Frasso, Melizzano, Dugenta, Limatola e Sant’Agata de’ Goti. (Reg. 1292 E ff. 199, XLII, 1270 – 1293). Terra ricca di evidenze e di reperti archeologici provenienti soprattutto da corredi funerari e dalla centuriazione Romana dell’Ager Saticulanus dove fu dedotta una colonia di diritto latino nel 313 a.C. detta Saticula sulla cui esatta ubicazione gli storici discutono ancora, ma che certamente si trovava tra Limatola e Sant’Agata de’Goti: “In Samnio ad confinium Campaniae (Festo); oppidum Italiae in Caudinis in confinio Campaniae ad radices montis Taburni (Forcellini); Saticola dovette essere nell’opposto lato del Tifata, verso il Sannio, in quel tratto, dove ora è il castello chiamato Limatola. (Pellegrino) etc. Comunque scavi archeologici hanno individuato tale colonia nella centuriazione per strigas, con un sol decumano accertato e intersecato da cardini distanti da loro 713 metri, nel territorio tra Dugenta e Limatola e tracce abbastanza evidenti di viabilità. (W. Johannowsky. Saticula, note storiche e topografiche in “La Campania antica, dal Pleistocene all’età romana” Electa, Napoli, 1998 p. 139). La nascente associazione “Terre dei Gambacorta” tra i tanti meriti avrà certamente quello di riportare gli attuali abitanti alla riscoperta delle proprie radici, per una maggiore conoscenza della storia, e nella consapevolezza di poter così capire il presente e progettare un futuro più ricco, attraverso la valorizzazione di tutte le potenzialità e risorse di cui quest’antica e nobile terra è feconda.


G. Aragosa


(Da MOIFA’
Anno X, n° 2 (36) – Aprile 2004, p. 13)
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