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Rubriche > TRADIZIONI, USI E COSTUMI nelle Terre dei Gambacorta > U’ cuònsolo (dal latino consolatio, il conforto) a Limatola
U’ cuònsolo (dal latino consolatio, il conforto) a Limatola
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 27/11/2009 (1205 Letture)

La perdita di persone care tocca a tutti nella vita, e in quei momenti, di fronte all’ineluttabile, l’animo si contrae, il cielo sembra oscurarsi, e più pressanti si presentano alla mente domande sulla precarietà dell’esistenza e sul senso stesso di essa.

Così le comunità di tutti i tempi, in ogni latitudine, si sono attrezzate in vario modo, per portare sollievo e conforto a coloro che si trovano di fronte al dolore.

Il soccorso di amici e parenti, la loro vicinanza, le parole, anche banali e di circostanza, fanno in modo che la ferita non resti aperta e sanguinante e che non fiacchi la voglia di agire e di riprendere il cammino. Il dolore, allora, complice anche il passare del tempo, viene accettato come compagno di viaggio, come fardello da portare con sé, e se pure a volte esso torna vivo e lacerante, per lo più è sopito e dolcemente relegato in un angolo dell’animo e della coscienza.

Le manifestazioni di affetto e di sostegno morale, elaborate dagli uomini nel tempo, sono relative alla sensibilità del momento e all’età delle persone che si vogliono aiutare. Così, oggi, forse sull’esempio del grande concerto tenuto per commemorare lady Diana d’Inghilterra, voluto dagli stessi figli, anche da noi si organizzano, da parte degli amici, serate di musica per ricordare giovani vite spezzate, perite tragicamente. La musica, infatti, è una esigenza primaria per i giovani, è mezzo naturale e privilegiato di aggregazione e appoggio reciproco, interpreta i sentimenti e arriva al cuore.

Ma quando da noi il cibo era scarso e la carne si vedeva raramente sulla mensa, allora si ricorreva ad un buon pasto per portare sollievo. Certamente fu per questo motivo che nacque l’usanza di portare ai parenti del morto, per alcuni giorni dopo l’evento luttuoso, un ricco pranzo già pronto. L’usanza divenne tradizione e si è protratta fino ad oggi, anche se con una ritualità e un contenuto più consoni ai tempi.

Ad esequie avvenute, fatta scomparire ogni traccia della veglia funebre, riordinata e pulita la casa, arrivava la parente più vicina alla famiglia del defunto, con sul capo una grossa cesta di vimini. Depostala sul tavolo, sollevava la candida tovaglia che la ricopriva e tirava fuori da quel contenitore, come dal cilindro di un mago, ogni genere di cibo, che era stato tutto ivi disposto ad arte, a strati, senza pericolo di contaminazione tra una pietanza e l’altra. Venivano fuori prima un grosso pezzo di pane, poi il fiasco del vino, il primo piatto, il secondo, i vari contorni, infine formaggio e salumi. In genere non si portava la frutta, che, fino ad alcuni decenni fa, dalle nostre parti, non veniva considerata complemento essenziale del pasto.

Le persone in lutto, gli uomini con la fascia al braccio, o con un bottone nero appuntato sul petto, le donne con il fazzoletto nero legato sotto il mento o dietro il capo, a raccogliere e celare i capelli, si facevano pregare per avvicinarsi al cibo, poi, frenando ogni avidità, naturale dopo il digiuno, ma sconveniente in quella circostanza, mangiavano e ringraziavano coloro che glielo avevano fornito.

La tradizione assunse regole sempre più rigide e severe, prima delle quali la chiara indicazione di chi era in diritto di ricevere e di chi doveva offrire, perchè non solo alla casa del morto si portava il cibo pronto, ma anche a casa dei  fratelli, o dei figli che abitavano altrove.

Il privilegio del primo giorno, che veniva anche conteso tra parenti e comari, al fine di apparire più solleciti, veniva concesso, in genere, previo un accordo tra le parti, a coloro che avevano ricevuto la stessa cortesia. Come si conveniva a chi aveva sofferto e osservato il digiuno per lunghe ore, per quel giorno il cibo era leggero: pastina in brodo, pollo lesso, insalata, formaggio, tutto rigorosamente bianco. Nei successivi, si ripeteva il rito della cesta di vimini, ma con cibi più succulenti e sostanziosi, a base di pasta asciutta, carne al sugo, pollo al forno con patate. Per  almeno otto giorni, alle famiglie del morto non era concesso di accendere il fuoco per cucinare, e la cosa veniva di nascosto controllata dalle donne del vicinato, che, se da una parte si prodigavano generosamente per sollevare l’amico o parente dal dolore, dall’altra erano pronte a stigmatizzare ogni trasgressione.

Passati i primi giorni, quando i parenti venivano ritenuti in grado di cucinare i cibi, era il tempo del cuònsolo crudo, fatto di pasta e carne non cucinata. Tutto era sempre sistemato nella classica cesta, di cui ogni donna si dotava con il corredo da sposa e conservava gelosamente intatta per tali circostanze. Seguivano le “visite”, riservate a coloro che avevano col destinatario legami meno stretti, in termini di parentela, e più formali in termini di affetto. Per queste, consistenti per lo più in caffè, biscotti,  liquore, si usavano semplici borse. Tutto ciò che veniva portato, era annotato dai riceventi, al fine di non rischiare di essere meno generosi, nel momento in cui toccava di dover restituire.

Con l’avvento del benessere diffuso, la tradizione divenne un peso, sia per coloro ai quali “spettava” di dare, che per quelli che dovevano ricevere. Ognuno era impegnato in tante attività e non sempre era consentito interromperle. Si cominciò a ricorrere al pasto fornito dai ristoratori, e così l’uso decadde, pur se non mancano, ancora oggi, forme moderne di gentilezza e conforto, nei riguardi di chi si trova a vivere un momento di intenso dolore.

 

Lidia Di Lorenzo


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