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La strage degli "innocenti"
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 4/12/2009 (1221 Letture)

Esigenze di natura igienico-sanitarie e una nuova sensibilità verso gli animali hanno interrotto una tradizione molto ben radicata nel costume di Limatola, tradizione che molto probabilmente era  comune a tante parti d’Italia, anche se accompagnata in ogni luogo da una ritualità diversa.

All’approssimarsi delle feste di Natale, quando cominciavano i primi geli e i ragazzi si divertivano, andando a scuola, a rompere le lastre di ghiaccio che si formavano sulle pozzanghere costantemente presenti sul suolo stradale, le donne e gli uomini iniziavano la preparazione delle attrezzature che servivano per il sacrificio annuale. Gli uomini affilavano e allineavano in una cesta i coltelli e le donne preparavano i canovacci e i recipienti. Si trattava di immolare al buon appetito, all’abbondanza, al gusto, l’animale che avevano allevato per tutto l’anno, al quale avevano fornito solo brodaglia ricavata dal primo risciacquo dei piatti, nei quali avevano consumato la pasta asciutta, con aggiunta di crusca o farina di granoturco.

Ignaro della sua sorte e della finalità per cui gli veniva fornito puntualmente il cibo, senza che avesse procurato al suo padrone nessun utile, né uova, né latte e né lana, e neppure lo avesse avvisato, abbaiando, dell’arrivo di ospiti desiderati o indesiderati, la povera bestia provvedeva ad ingrassarsi, a volte tanto da far fatica ad uscire dalla sua stessa gabbia.

Così un bel mattino, anzi, all’alba di un triste mattino, l’esperto di turno provvedeva a sgozzare l’animale, lentamente, in modo che il sangue non si rapprendesse, perchè questo, rimestato energicamente, appena sgorgato dalla ferita, rimaneva allo stato liquido, e veniva consumato misto a zucchero, cioccolato e uva passa, o lavorato per farne delle torte salate, i migliacci. Più persone tenevano fermo l’animale e la morte sopraggiungeva lenta. Le grida di dolore erano strazianti, si spandevano per lungo raggio, annunciando a tutti che un sacrificio si stava compiendo. E così nel giro di circa un mese si faceva strage di tutti gli innocenti, i quali lasciavano immediatamente in eredità la loro gabbia ad un cucciolo grigio o rosa, con gli occhi dolci e le orecchie troppo grandi. Ma questa non era occasione di tristezza, perchè la lunga consuetudine tramandata da secoli aveva reso la scena talmente abituale che non se ne riconosceva più la crudeltà, tanto che non di rado vi assistevano anche i bambini, i quali marinavano in quel giorno la scuola, come fosse stato un giorno di festa in famiglia.

In effetti, tutto diventava una festa. Questa volta gli uomini finalmente erano protagonisti e non spettatori del lavoro domestico, e si adoperavano a sezionare ad arte le varie parti del defunto, per farne prosciutti, pancetta, strutto, arrosti, salsicce.

Le donne si affrettavano a lavare le interiora, a riempire le budella con carne salata, pepata e aromatizzata, a confezionare sanguinacci e poi a preparare il pranzo, a base di straccetti di carne di maiale e peperoni all’aceto, pezzi di fegato avvolti in foglie di alloro e lembi di grasso, per tutti coloro che erano coinvolti nel lavoro, ed erano tanti, in quanto per quella circostanza si realizzava nel vicinato e fra parenti uno scambio di aiuto reciproco.

Nei giorni successivi ogni pezzo del maiale veniva sottoposto a trattamento per la conservazione, con ricette studiate e sperimentate da secoli, e naturalmente senza bisogno di frigoriferi.

Poi arrivavano gli zampognari dal Molise, per suonare con i loro complicati strumenti la novena, che sapeva di pastori, greggi, e notti passate all’addiaccio. Si fermavano davanti ad un presepe con la capanna in equilibrio precario, fatta di cartone, i pastori più grandi degli alberi, le stradine segnate da piccoli sassi, il muschio rubato alle siepi, le lavandaie che lavavano i loro panni sulle rive di un lago, fatto con un frammento di specchio rotto, le filatrici che tessevano la lana in una casa senza porta. Tutto alla luce di una cometa, in una notte magica in cui grossi fiocchi di bambagia si posavano sulle asparagacee, raccolte in montagna, che sormontavano il paesaggio. Si divideva anche con i suonatori quella ricchezza gelosamente custodita, in attesa di farne ampio uso nei giorni delle funzioni solenni, quelle che una volta arrivavano più direttamente all’animo: la Messa di mezzanotte, col profumo di incenso, le stelline accese, i bengali, i botti, e poi, tutti in fila, prima gli uomini e poi le donne, e prima dello scambio di auguri, per il bacio al piede del Bambino.

Lidia Di Lorenzo


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