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C’era una volta la Befana
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 29/12/2009 (1050 Letture)

A conclusione del periodo delle vacanze natalizie, quando i Re Magi del presepe arrivavano alla capanna del Bambino con i loro preziosi regali ed era ora di riporre tutti i pastori in una scatola, quasi ad alleviare la frustrazione di dover ritornare a scuola, arrivava la befana. Appesa la calza alla mensola del camino, o ai piedi del letto, la sera precedente l’evento si andava a dormire prima del solito, ma si riposava poco. Con il capo nascosto sotto le pesanti coperte, utili in tempi in cui non esistevano riscaldamenti nelle case e il corpo, percorso da brividi di freddo, a fatica trovava ristoro nel letto gelato, si poneva ascolto trepidi a qualche rumore insolito, indizio che anche quell’anno la vecchina era passata per lasciare i suoi doni. I genitori, nella speranza di prolungare per i figli l’età della fantasia, in cui tutto è ritenuto possibile e meraviglioso, aspettavano che essi si addormentassero e, solo quando erano convinti di non essere scoperti, provvedevano a sistemare i regali.

Il mattino seguente, si svuotava la calza, ed ecco uscirne mandarini, fichi secchi, spicchi di mele essiccati al sole, castagne, noccioline, e da quelle dei maschi spesso un pezzetto di carbone o un involtino contenente una piccola quantità di cenere. Tutte cose reperibili in casa, ma percepite quel giorno dai fanciulli come approvazione o disapprovazione del proprio comportamento nei riguardi dei genitori, dei nonni, o dei maestri, da parte della severa e giusta osservatrice.

In effetti, per mettere un freno alle monellerie, di cui i bimbi di tutti i tempi sono stati sempre protagonisti, le mamme minacciavano l’arrivo della befana a mani vuote. Lì per lì la cosa suscitava gli effetti sperati, ma per l’incapacità che è proprio dei piccoli di proiettarsi nel futuro, la minaccia doveva essere più volte ripetuta, fino al fatidico giorno.

Nelle famiglie più abbienti la calza poteva contenere, oltre a golosità raccolte in casa, anche qualche giocattolo, di dimensioni sempre ridotte, perchè entrasse nella calza, e dolciumi acquistati nei negozi. Ed ecco una macchinina con la corda, una bambolina, un portafogli, una pallina di gomma, un mazzetto piccolo di carte napoletane, caramelle al latte, gelatini secchi (attuali wafer), bomboloni di zucchero, lecca-lecca, cioccolatini.

Verso i sette o gli otto anni il gioco finiva. Qualcuno più scaltro scopriva da sé l’identità della befana, sbirciando dalle coperte, qualche altro veniva reso edotto direttamente a scuola, il luogo dove si possono provare grandi gioie, ma anche le prime grandi disillusioni. In effetti, coloro che non avevano ricevuto alcun dono per distrazione dei genitori o perchè ormai smaliziati, prendevano a deridere quelli che si vantavano dei doni ricevuti, e pronunciavano spavaldi e beffardi quella frase che faceva crollare definitivamente quel velo di benefica ingenuità che separa l’infanzia dalla fanciullezza:

<<La befana è la mamma!>>.

Da quel giorno in casa non si parlava più della befana, e come accade ancora oggi, essa diventava sinonimo solo di regalo, magari scelto insieme alla persona che doveva riceverlo. Tutto più razionale, ma senza poesia.

Nell’immaginario dei piccoli la befana era una vecchia col viso aguzzo, gli occhi cerchiati di scuro, le unghie lunghe, un’ ampia gonna rattoppata che arrivava ai piedi, un fazzoletto nero legato sotto il mento, iconografia tradizionale e comune in tutti i paesi. Cavalcava una scopa volante e penetrava nelle case, così come entra il vento, dalle fessure delle finestre o delle porte, o addirittura scendendo dal camino, la qual cosa spiegava il suo aspetto un po’ trascurato e cupo.

Poi giunsero con i mass media l’albero con le luci colorate e il pacioso babbo Natale, tutto rosso e impellicciato, a bordo di una slitta. Tradizioni nordiche o d’oltreoceano che fecero breccia nel cuore di tutti gli italiani, affetti da esterofilia.

Così anche da noi, se pure con ritardo rispetto al resto d’Italia, la vecchia dalla schiena curva, con i doni poveri, lasciò il posto al rubicondo signore panciuto, carico di regali tecnologici. Ma, se l’antica  usanza è scomparsa, forse c’è anche un altro motivo: le mamme di oggi non sono più vecchie, quando hanno figli in età scolare, sono giovani e belle e non si riconoscono più nella befana.

Lidia Di Lorenzo


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