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Janare e lupi mannari
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 5/1/2010 (1908 Letture)

Come in ogni paese della provincia di Benevento, anche a Limatola imperversavano le streghe, creature notturne e malefiche, dette anche janare, che erano per lo più invisibili ai comuni mortali. Esse popolavano le notti in tempi in cui non c’era ancora la luce elettrica, e il buio, compagno della paura, ingigantiva le ombre e dava loro corpo. Le megere rapivano di notte i bambini dalle culle o dalle stesse braccia delle mamme addormentate e li portavano in luoghi mitici e lontani presso un pozzo. Sull’orlo di quel pozzo o anche su fuochi accesi, li palleggiavano con destrezza tra loro, poi li riportavano alle madri, che sgomente, la mattina seguente, trovavano i loro neonati con il corpo cosparso di lividi.

La fede nelle streghe era tanto radicata, che pochi si astenevano dai riti magici per sottrarsi ai loro sortilegi. Così, al collo di ogni bambino che nasceva, veniva appeso l’abitino, piccolo sacchetto di stoffa contenente reliquie di santi o amuleti, capaci di tenere lontane le sinistre creature, che potevano far deperire i piccoli, fino a provocarne la morte. Gli abitini venivano confezionati da donne esperte, che ne avevano appreso segretamente il contenuto da donne più anziane, e queste dalle loro antenate, così di generazione in generazione, fino a tempi immemorabili. Alla chiave di ogni porta interna della casa veniva appesa una borsetta piena di semi di miglio o di sabbia molto fine, perchè le creature notturne, prima di ghermire i bambini, si fermavano a contare i semi o i granelli e, sorprese in tale ufficio dalle prime luci dell’alba, erano costrette a fuggire, in quanto il loro potere svaniva e potevano essere riconosciute. Per impedire loro l’accesso nelle case, erano utilizzate anche  teste d’aglio intrecciate in modo da formare una croce.

Quando un bambino si ammalava, perché preso dalle streghe, e visibilmente perdeva vigore di giorno in giorno, si poteva salvarlo facendolo passare per tre volte sotto il ventre di un’asina gravida, ma tale rito potevano celebrarlo solo poche donne addette. Altro antidoto era quello di prendere gli indumenti del bambino e batterli con un ramo di ulivo o tagliuzzarli fino a ridurli in pezzetti piccolissimi.

Ma non tutte le streghe erano invisibili, perchè nel paese esistevano le streghe visibili, cioè delle donne che venivano ritenute streghe per il loro aspetto sinistro e per la loro cattiveria. Queste erano capaci di fare del male, in quanto erano collegate a quelle notturne e sconosciute che venivano da altri paesi. Per individuarle bastava aspettare la fine delle funzioni religiose. Esse, infatti, erano le ultime ed uscire dalla Chiesa.

Tutti temevano le janare e per non cadere in loro disgrazia le omaggiavano continuamente, soprattutto se avevano bambini piccoli.

E’ facile intuire che, in tempi di estrema miseria, qualche donna, resa furba dalla necessità, esercitasse ad arte la professione, per sbarcare il lunario a spese delle ingenue e sprovvedute giovani mamme, le quali, non appena si trovavano malauguratamente in sua presenza, provvedevano a gettare nelle sue braccia il bambino, per neutralizzarne il potere, mentre già promettevano doni in natura.

Si racconta che uomini coraggiosi, per liberare le loro famiglie dalle sciagurate creature, si appostassero di notte per ghermirle e si dice anche che alcuni vi riuscissero. Ma nel momento in cui stavano per acciuffarle per fargliela pagare, afferrandole per i capelli, queste sfidavano l’aggressore dicendo: <<Come mi hai afferrata?, per i capelli?, ah!, e allora io me ne scivolo come un’anguilla>> e così sfuggivano alla presa.

Si racconta anche che qualche donna scoprisse il marito in compagnia di qualcuna di esse nel proprio letto o nella stalla. Con un po’ di realismo si può pensare che in tal caso non si trattasse  tanto di caccia alle streghe, ma di ben altre forme di approcci.

Esisteva, poi, un’altra maligna figura femminile, in cui però credevano solo i bambini. Era Maria Catena. Essa aveva un enorme viso demoniaco, che appariva e scompariva nel luccichio delle acque  in fondo ai pozzi, là dove si tuffava la secchia, calata a forza di braccia, per attingere il liquido naturale indispensabile alla vita. Guai a sporgersi troppo dall’orlo per guardare giù!; il mostro poteva incantare con i suoi occhi malefici e risucchiare chiunque nella viscida cavità, nel buio, per sempre.

L’equivalente maschile delle janare erano i lupi mannari, uomini nati per loro sventura la notte di Natale, cosa considerata grave colpa per un essere umano, in quanto quella magica notte è riservata  a Gesù Bambino.

I licantropi, esseri mefistofelici a metà tra l’uomo e il lupo, facevano grande paura a tutti, ma al contrario delle streghe, non si accanivano in modo particolare contro i bambini. Essi potevano sbranare animali e uomini, nelle loro furie notturne. Ululavano nelle notti di luna piena e sfogavano i loro istinti bestiali, dissotterrando cespugli di rovi o piante di càrpino. Al mattino ritornavano alle proprie case, sanguinanti per le ferite provocate dagli aculei delle piante, e potevano rientrare solo bussando tre volte. La loro vita procedeva, quindi, nella normalità, ma nelle notti successive, al richiamo di altre creature del buio come loro, erano pronti ad uscire per unirsi ai propri simili.

La trasformazione in licantropo avveniva, però, in modo irrefrenabile la notte di Natale. Raccontano ancora presunti testimoni oculari che allo scoccare della mezzanotte, a coloro che erano affetti da licantropia, cominciavano a crescere le unghie, i peli e i denti canini; le loro orecchie si appuntivano, dalla bocca colava la bava, il volto assumeva un aspetto belluino. L’uomo-lupo dava segni di insofferenza al chiuso, mentre esplodeva in lui una forza incontenibile, finché una sfrenata corsa nell’oscurità precedeva un lugubre ululato liberatorio e via per i campi, tra gli alberi, verso il Volturno, alla ricerca di una dimensione spazio-temporale in cui era possibile esprimere la loro duplice natura.

 

Lidia Di Lorenzo


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