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Rubriche > LUOGHI delle Terre dei Gambacorta > Il cuore antico di Frasso
Il cuore antico di Frasso
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 12/1/2010 (1449 Letture)

Tracciare, in assenza di documentazioni, anche se per sommi capi la storia e l’evoluzione urbana del cuore antico di Frasso, la sua Terravecchia, non è impresa semplice ne priva di insidie. Un dato appare certo che la Terravecchia di Frasso non si formò come nella maggior parte dei casi per rivitalizzazione e ampliamento di un vecchio nucleo romano. Oggi il nostro centro storico appare come un piccolo agglomerato urbano, posto al centro del paese quasi invisibile agli occhi di chi non è pratico di Frasso, in parte perché letteralmente spianato per fare spazio ad una sorta di piazza-villetta ed in parte perché ha perso nel corso degli anni centralità a favore di una espansione edilizia esterna che ha privilegiato l’attuale Piazza IV novembre e Corso Amedeo Calandra, oggi fulcro della vita cittadina frassese.  Espansione edilizia che ha profondamente modificato, dunque il paesaggio circostante Terravecchia  rendendo ai nostri giorni la lettura del  territorio molto difficoltosa. Della prima Frasso, si hanno poche e frammentarie notizie, la prima delle quali colloca con certezza l’esistenza del paese alla fine del X secolo, quando ormai il principato longobardo di Benevento al quale apparteneva il nostro territorio in quanto parte del gastaldato di S. Agata, era ormai giunto alla fase di senescenza, per essere poco dopo smembrato da nuovi signori venuti dal nord della Francia, i normanni. È proprio in questi anni ed esattamente al 991/992 d.C. che in un documento redatto a Benevento si ha notizia di un atto di donazione ad opera dei “Langobardorum gentis principes” di Benevento Pandolfo II e Landolfo V, i quali ad istanza di Leone Abate di S. Modesto e per intercessione di Roffredo conte, donano alla abbazia di San Modesto di Benevento, tra i tanti beni anche “l’ecclesia Sancti Salvatori s de Frasci[1]. A differenza di tanti altri centri coevi Frasso non sorse intorno ad un castellum, o palazzo signorile, ma si sviluppò come un semplice casale aperto intorno ad una piccola chiesa rurale dedicata al Ss. Salvatore. Ma come poteva presentarsi nella seconda metà del X secolo quel piccolo nucleo di abitazioni che poco dopo costituiranno il nucleo fondante di “Frasci”?. Supponiamo di osservare il nostro territorio con gli occhi di un contadino dell’epoca giunto da sud e arrivato a ridosso di Terravecchia, avremmo visto un piccolo promontorio naturale lungo la fascia pedemontana di monte Sant’Angelo ad una quota immediatamente superiore ad un brusco incremento delle pendenze verso valle, insomma un poggio delimitato su tre lati da scoscendimenti naturali e aperto sul lato nord, verso la montagna di San Michele. In cima al promontorio poche e semplici abitazioni caratterizzate da una bassa densità di popolazione, raggruppate attorno ad una più grande sormontata da una croce, “l’ecclesia Sancti Salvatoris”, tutt’intorno sparuti campi di terreno fertile coltivati a fatica dai pochi contadini del casale, per ricavare olio, vino e cereali, separati da ampie porzioni di terra sterile o da macchie più o meno estese di boschi di querce, castagni e più in là in alto lungo il “tratturo” che costeggiando il “rivo Lapiro” (torrente Maltempo) mena dritto  verso quel campo “qui nominatur Prata” o sulla sommità del Monte “qui nominatur Cruce” (località di Monte Sant’Angelo), animali al pascolo sorvegliati da un pastore e dai suoi fedelissimi amici a quattro zampe per proteggere il gregge dagli attacchi dei numerosi lupi e orsi che popolavano il bosco. È proprio così che doveva apparire Frasso ed il suo territorio agli inizi del suo viaggio nella storia, nè un castello né una torre e tantomeno cavalieri con armature scintillanti potevano essere incontrati a “Frasci”. Per i secoli successivi fino al periodo della dominazione angioina i documenti tacciono. Infatti di Frasso del periodo normanno successivo alla morte dell’ultimo principe longobardo di Benevento Landolfo VI nel 1077 con la conquista del principato di Capua, da parte di Riccardo Quarrel, che portò all'unificazione delle contee di Alife, Caiazzo, Telese e Sant'Agata de'Goti col Taburno e la Valle Caudina, nella persona dello stesso signore feudale, il conte Rainulfo Quarrel (1066-87) non si hanno notizie, come nessuna documentazione si ha al momento per gli anni successivi che videro quali signori delle contee di Alife, Caiazzo, Telese e Sant'Agata de'Goti, nel cui territorio insisteva anche Frasso il conte Roberto (1087 – 1115) al quale è legata la fondazione della splendida abbazia di San Menna di Sant’Agata dei Goti e Rainulfo di Alife (1115-39) fiero oppositore di Ruggero II. A differenza di altri centri vicini Frasso non appare nemmeno nel catalogo dei baroni normanni fatto redigere proprio da Ruggero II dalla Duana Baronum con sede a Salerno tra il 1150-1152. Falsa è la notizia riferita a Frasso riportata da Iannucci e ripresa poi da Meomartini e Di Cerbo  circa la esistenza di due feudi , quello di Sant’Angelo e quello di Prata distrutti in epoca sveva i cui abitanti poi si sarebbero portati nella vicina Frasso determinando un incremento demografico e di conseguenza un’espansione urbanistica. Piuttosto il riferimento del catalogo dei baroni normanni a “Sanctum Angelum…Prata… e Tino” vanno riferiti rispettivamente a S. Angelo d’Alife, Prata Sannita e Letino “in finibus alifanis”, come errata è l’identificazione delle foreste di “Frassi e Missani” rispettivamente con Frasso e Melizzano in qualità di possedimenti nel 1274 dell’abbazia cistercense di Santa Maria di Realvalle eretta presso Scafati in diocesi di Sarno per volere di Carlo d'Angiò, facendo confusione con omonime località della diocesi sarnense dove tra l’altro qualche anno più tardi troveremo la “Ecclesia S. Angeli de Frasso”. In questo periodo dopo la conquista di Ruggero II e per tutto quello successivo dominato dagli svevi, probabilmente Frasso ed il suo territorio seguirono le sorti della vicina Sant’Agata dei Goti passando all’amministrazione demanile dello Stato nel Giustizierato di Terra di Lavoro. Per Giustizierato si deve intendere in epoca sveva e normanna un distretto amministrativo governato da un funzionario di nomina imperiale, il giustiziere che rappresentava l'autorità regia a livello provinciale. Per avere di nuovo notizie certe di Frasso bisogna attendere l’anno 1308 quando tra le chiese sparse in episcopatu et diocesi sanctagatensi, soggette al versamento della decima al Vaticano, viene annotata “l’ecclesia S. Iuliane de castro Fracti” tassata per tarì xv. La notizia apparentemente potrebbe apparire di poco conto se non fosse che per la prima volta si parla in riferimento a Frasso di un centro fortificato, “castro Fracti” appunto, consapevolmente distinto da altri agglomerati urbani privi di difese murarie definiti semplicemente come “casali”, ad esempio per rimanere nelle vicinanze basti pensare al “casale Cesani” (San Silvestro) o al “casale Faczani” (Faggiano) o ancora al “casale Layani” (Laiano). L’ipotesi che Terravecchia in un periodo imprecisato, compreso tra XII-XIII secolo, si sia munita di fortificazioni appare suffragata sia dalla documentazione successiva che dalla sua conformazione architettonica. Di straordinario valore a tal riguardo è senz’altro l’istrumento di vendita del feudo di Frasso del 1724 in cui si legge che Terravecchia “attorno tiene muraglie antiche dove sono edificate diverse case, e se ne scorgono li vestigi de Baloardi (?), e tiene due Porte, una piccola verso la strada di sotto chiamata dello Fosso, che corrisponde al Larghetto e l’altra più grande ad ornam[ent]to di pietra bianca verso la Piazza grande di s[opr]a, corrispondono poi per dritto sentiere l’una e l’altra framezzandovi diversi vichi ed abitazioni coverte quasi tutte a’ tetti , et alquanto scure per la loro strettezza” aggiungendo che “accanto essa Terra vi sono le carceri costrutte dentro una torre rotonda coverta di lamia ed astrico a’ sole e finestrino quadro con cancella di ferro ornata di pietre bianche liscie dalla parte di s[ott]o et un vacuetto dove si trova la porta d’esse carceri alla quale si sale con tre gradini e con l’abitazione del carceriere, quali carceri dicono essere dell’Un[ivers]ità”. Testimonianza avvalorate anche da altre documentazioni superstiti conservate nell’archivio storico di Santa Giuliana, dove ripetutamente si cita il nostro centro storico come “terra murata”. Allo stesso archivio appartiene un documento della prima metà dell’XVIII sec., il quale nel descrivere le varie chiese annesse alla Collegiata del Corpo di Cristo in riferimento alla piccola cappella rurale di S. Giovanni Battista situata “ubi d[ict]o sopra monte propre Casalem eiusdemmet nominis” dice essere “extra moenia T[erra] Fraxii” come pure afferma che la Chiesa di S.Croce è “extra muros Terra Fraxii”. La stessa Chiesa madre di Santa Giuliana eretta a parrocchia tra la fine del XIII sec. e l’inizio del XIV fu fondata “extra moenia  sotto il titolo “della Regina dello Cielo e della Terra di S. Maria Degli Angeli […]posta sopra la Piazza Maggiore di questa T[erra] di Frasso“.  Dunque si può affermare con assoluta certezza che proprio nei secoli in cui la documentazione coeva per Frasso è carente si ebbe uno sviluppo urbano del vecchio casale aperto già arroccato naturalmente ma da questo momento difeso da possenti mura di cinta aperte su quattro lati lungo le direttrice viarie più importanti. Quali le cause di questo sviluppo architettonico e naturalmente demografico?. Probabilmente l’unica causa reale può essere ravvisata nelle migliorate condizioni economiche in cui venne a trovarsi il meridione d’Italia dopo l’unificazione del Regnum da parte di Ruggero II. A Frasso non si eresse un castellum, non c’era un signore per farlo, ma gli abitanti in ogni caso fortificarono il nucleo originario del paese. Della cinta muraria oggi non vi è traccia, infatti tutt’intorno al centro antico una cortina continua di abitazioni che si affacciano su via Fosso, tra cui quella del Vicerè Mons. Marcello Papiniano Cusani a ridosso di una delle “porte” di accesso a Terravecchia, hanno inglobato al loro interno la vecchia cinta difensiva. Solo in alcuni tratti è ancora visibile qualche porzione della vecchia struttura muraria in particolare sul lato sud-orientale in prossimità dell’edificio che oggi ospita la sede del volontariato dove nonostante i rimaneggiamenti operati con le ristrutturazioni post terremoto, sono leggibili i resti di una antica torre semicircolare, forse normanna che tradisce un altro possibile accesso alla terra murata come pure tracce di un’altra torre circolare sono visibili all’incrocio di via Fosso con via Salita Mercato in prossimità di un’altra “portella”. Della torre carceraria circolare menzionata nel documento del 1724 si hanno tracce poco significative, di essa è stata ipotizzata la collocazione nell’angolo orientale di Piazza IV novembre, per intenderci nello spazio oggi occupato dal monumento dei caduti. Se così fosse per la circonferenza che avrebbe avuto, tale da ospitare le celle carcerarie, tanto da apparire robusta e tozza con la scarpatura ricoperta di lastre in pietre “ornata di pietre bianche liscie dalla parte di s[ott]o e per la particolare collocazione si potrebbe ipotizzare che la torre sia stata eretta nel XV- XVI sec, in piena epoca aragonese o subito dopo. L’interno di Terravecchia appare come un agglomerato di edifici irregolari a pseudoschiera caratterizzati da evidenti processi di verticalizzazione che denotano una mancata pianificazione urbana del nucleo primitivo. L’abitato, organizzato inizialmente intorno all’ecclesia S. Salvatoris della quale rimane ancora una lunetta in tufo sull’ingresso principale, venne successivamente sviluppandosi leggermente più a ovest intorno a quello che diventerà l’asse principale lungo la linea di massima pendenza che collegava la porta superiore, oggi in Piazza IV novembre con quella inferiore, oggi in via Fosso con andamento Nord-Sud. Una serie di  percorsi minori con andamento Est –Ovest (quattro nel settore est e forse altrettanti nel settore ovest, oggi quasi del tutto demolito) ortogonali all’asse centrale formavano ieri come oggi i caratteristici vicoletti solo in parte collegati tra loro ma un tempo sicuramente tutti comunicanti all’interno del perimetro murario. Della primitiva chiesetta longobarda, possedimento di S. Modesto in Benevento, non si hanno più notizie, sembra essere scomparsa nel tempo e non appare tra le chiese soggette alla decima nel 1308, ma il più volte citato documento del 1724 ci informa dell’esistenza a Terravecchia di un’altra piccola chiesetta “al di fuori accanto alla porta di s[inistr]a della T[er]ra vi è Cappella sotto il tit[ol]o di S. Antonio di Vienna, consistente d’una piccola nave coverta a travi ed una stanza al di s[opr]a, che si possiede da Onofrio d’Abieri, e tiene due cappelle, altare e paliotto di tela, e cornicetta attorno oltre la sua copritura di tavola ed l’utensilii sacri da celebrare: e questa cappella e di Ius patronato della famiglia Ricciardi con rendita ann[uale] di ß venti incirca”. È probabile che si tratti della primitiva chiesa di S. Salvatore che nel corso degli anni ha poi cambiato titolo. È bene ricordare che il culto di S. Antonio Abate altrimenti detto anche di Vienne si diffuse nel meridione d’Italia a partire già dalla seconda metà del XIII secolo ad opera di alcuni membri della confraternita laica di Gaste che venne approvata dal Pontefice Urbano II e confermata da Onorio III con bolla papale nel 1218. Inizialmente sottoposti ai Benedettini  i membri della confraternita  dopo varie querelle nel 1297 ottennero da papa Bonifacio VIII, con la bolla Ad apostolicae dignitatis l’erezione in Ordine di canonici regolari. Nacque così l'Ordine Ospedaliero dei canonici regolari di S. Agostino di S. Antonio abate di Vienne, detto comunemente degli Antoniani Viennois o di Vienne o, nel regno di Napoli, di Vienna specializzati  nella cura del "fuoco di Sant'Antonio" (herpes zoster). Questi religiosi vivevano di elemosine e lasciti, spesso causa di abusi e scontri con gli altri Ordini. L’Ordine ebbe fine nel 1777, quando il Papa Pio VI con la Bolla Rerum humanarum conditio ne sancì definitivamente l'abolizione i cui beni passarono nel Regno di Napoli all'Ordine Costantiniano di San Giorgio. Non sappiamo se anche a Frasso operassero gli ospedalieri di Sant’Antonio di Vienne, ma oltre alla suddetta chiesa in Terravecchia era presente anche una cappella nella navata di sinistra della Collegiata del corpo di Cristo con un bellissimo quadro antico che rappresentava il Santo di giuspatronato delle Famiglie Iannucci, Riccardi e Malgieri.

 

Luciano D’Amico



 (cfr. Luciano D'Amico, Il cuore antico di Frasso, in Moifà 58, ottobre 2009, p.3)


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