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Il matrimonio portato
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 25/1/2010 (1557 Letture)

Quando la donna superava i vent’anni, senza aver trovato marito, era giunto il momento del “matrimonio portato”, genere diverso da quello “combinato” dalle famiglie, all’insaputa dei protagonisti, magari ancora adolescenti, come si usa ancora in alcuni paesi del mondo. Il matrimonio portato, invece, era un espediente messo in atto con lo scopo di tentare per la ragazza l’ultimo salvataggio, prima che diventasse una zitella,  vergogna e  peso per l’intera famiglia.

I parenti, quando si rendevano conto che ormai la ragazza aveva “superato l’età”, si adoperavano a proporla a qualche giovane in cerca di moglie, adatto a lei. La scelta era a largo raggio. Si cercava tra conoscenti o amici, vicini o lontani, per individuare qualcuno che, per condizione sociale ed economica, potesse essere più o meno alla pari con la povera ragazza, perché non c’era condizione più misera di quella di chi non passava a matrimonio, tanto è vero che l’ironia popolare aveva elaborato una serie di detti tutti contro la malcapitata. E allora si parlava di “cambiali scadute”, “zitelle inacidite”, “alberi senza frutto”, “vecchie zite” e poi ancora si diceva, attribuendo il dispregio anche a colei che non aveva avuto figli nel matrimonio: <<Da chi è senza figli non andare né per soldi, né per consigli>>.

Le zitelle di una volta non erano paragonabili alle single di oggi, che sono orgogliose della loro condizione, in quanto si sentono autonome da ogni punto di vista, ben inserite socialmente e si ritengono tali magari solo dopo aver superato abbondantemente i trenta anni. Le nubili ad oltranza di una volta erano giovani in genere non molto avvenenti, timide, impacciate nell’esprimere una loro opinione in presenza di altre persone e trascorrevano per lo più le loro giornate in faccende domestiche. Il loro stato di nubilato veniva percepito come irreversibile allorquando le sorelle più piccole si sposavano. Era allora che le poverine si ritenevano “scartate” e cominciavano a rassegnarsi al loro destino.

Ecco che arrivava la provvida zia, la quale vagliata la situazione, e gettata un’occhiata larga a comprendere l’arco delle sue conoscenze, contattava i genitori di un giovane non ancora impegnato e organizzava l’incontro. Ma c’erano anche delle donne che, profittando delle loro abituali occupazioni, come il commercio ambulante di generi alimentari e corredo da sposa, combinavano matrimoni in cambio di ricompense economiche, magari tra giovani di paesi diversi, portando con sé delle fotografie, e attivavano, in tal modo, una prima rudimentale forma di agenzia matrimoniale.

Gli incontri necessari e concordati avvenivano per gradi. Prima di tutto bisognava che il giovane vedesse la fanciulla, senza che lei fosse a conoscenza della cosa. Così questi si appostava, insieme a qualche parente o amico, all’uscita dalla messa domenicale, che la ragazza frequentava abitualmente, per accertarsi preliminarmente se il suo aspetto fisico non gli dispiacesse. Superato il primo scoglio, si passava al secondo momento, un po’ più complicato nell’organizzazione, che era costituito dalla visita a casa. In questa occasione la ragazza veniva informata e provvedeva a presentarsi agli ospiti ben vestita e preparata, recando il vassoio con il caffè e qualche dolcino confezionato dalla madre, ma spacciato come fatto con le sue mani. Aveva così occasione di vedere il pretendente, mentre questi la osservava da vicino e si rendeva conto se si sentiva motivato ad avanzare una proposta di fidanzamento.

Ma purtroppo anche i giovani “portati” in genere non erano degli Adoni e non possedevano tutti i doni che potevano colpire al primo sguardo le fanciulle, anche se per queste potevano rappresentare l’ultima spiaggia.

Così, mentre l’accompagnatore magnificava la posizione economica del giovane, cosa che rassicurava i genitori della eventuale futura sposa, la “provvida zia” seguiva la fanciulla nella cucina per conoscere le sue prime impressioni. E queste erano quasi sempre negative. Il giovane era troppo basso e i suoi piedi non arrivavano a terra quando era seduto, o era troppo grasso e la cintura a stento gli cingeva i fianchi, oppure era stempiato e portava un cappello troppo largo per coprire la calvizie e infine aveva il naso troppo lungo e le orecchie a sventola. La cosa più grave era se si rivelava “abbonato”, cioè tanto buono, da sfiorare la stupidità.

La zitella, resa scaltra da altre esperienze simili, rifiutava categoricamente ogni successivo incontro. Ma poi, quando si prospettava un matrimonio conveniente dal punto di vista economico e come prospettiva di vita, era compito della madre di argomentare per convincere la figlia, mentre la zia tornava alla carica con sempre maggiori capacità persuasive, dopo essersi assicurata che al futuro sposo la giovane fosse davvero piaciuta.

Le trattative si prolungavano alcuni giorni, mentre tutti in famiglia aspettavano trepidanti quel “sì”  da cui sarebbero venuti solo benefici per tutti: i genitori si sarebbero tranquillizzati, lei si sarebbe finalmente sistemata e i maschi con le loro mogli si sarebbero liberati di lei.

Quando gli argomenti diventavano insufficienti, arrivava l’ora di darle il colpo di grazia e spingerla inesorabilmente verso il matrimonio tardivo e non voluto. Allora, con finta preoccupazione, ma in maniera imperiosa le si diceva:<<E’ meglio un cattivo marito, che cento buoni fratelli!>>.

Vinta, così, ogni resistenza, si procedeva, da parte di entrambe le famiglie, con preparativi frettolosi verso le nozze, che si prospettavano “piene di amore e felicità”.

Lidia Di Lorenzo


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