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I primi amori
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 1/2/2010 (1318 Letture)

 I  primi amori nascevano sulla strada che conduceva alla fontana, oppure sul sentiero verso il pozzo, dove si andava ad attingere acqua per gli usi domestici, prima della costruzione dell’acquedotto, avvenuta alla fine degli anni ’50.

Erano le fanciulle le addette alla bisogna, raramente lo erano le donne sposate e quasi mai gli uomini, in quanto alla fontana o al pozzo si andava forniti di langella, a ngella, recipiente di terracotta grezza, panciuto, con due larghi manici attaccati alla sommità del collo, capaci di contenere dieci o quindici litri di liquido. Questa anfora veniva portata in bilico sul capo dalle donne, sorretta appena da un lieve tocco della mano. Per favorire l’equilibrio e per non farsi ferire la testa, il capo veniva protetto da un panno ritorto, simile ad una corona, la sparra. Ma era l’abilità delle fanciulle, esercitate fin da piccole, a rendere sicuro un simile precario trasporto.

L’ora in cui si infittiva il traffico di langelle era il tardo pomeriggio, quando le altre faccende erano sbrigate e si provvedeva a fornirsi di acqua potabile per il giorno successivo. E così i giovani sapevano dove poter vedere le ragazze, in tempi in cui queste non andavano neppure a scuola, cosa ritenuta sconveniente per le donne e molto pericolosa per la loro condotta morale. In verità, a parte la mentalità della popolazione, che riteneva gli studi solo adatti agli uomini e a pochi, non c’erano collegamenti tra il paese e la città più vicina, dove le scuole medie e superiori si trovavano, e i maschi stessi, se volevano proseguire gli studi, dovevano andare in seminario.

Riuniti in gruppi, i ragazzi si appostavano lungo il percorso che portava alla fontana o al pozzo e osservavano le ragazze, che imbarazzate procedevano come era stato loro comandato di fare: sguardo basso e bocca chiusa. Ma appena esse scomparivano dalla vista dei genitori o di altre persone, giudici inflessibili della loro reputazione, e si avvicinavano alla fonte, diventavano quali erano, fanciulle piene di gioia di vivere. E allora, confidenze sussurrate alle orecchie, ingenue schermaglie verbali, piccole grida, scrosci di risate si univano al gorgoglio delle acque delle fonti incessanti. Era allora che i giovani si avvicinavano con prudenza e azzardavano qualche complimento alla preferita, in modo da lanciare il primo strale, ma per la prima “dichiarazione” vera non si rivolgevano quasi mai alla prescelta, ma all’amica del cuore o alla cugina, le quali forse, anche con un pizzico di gelosia, erano incaricate di portare “l’imbasciata” da parte del giovane e successivamente a questi l’attesa risposta.

A volte i maschi raggiungevano prima delle fanciulle la piazza e aspettavano il loro passaggio con l’anfora piena e allora chiedevano da bere, e al consenso di queste lo facevano direttamente con la bocca appoggiata all’orlo del vaso, deposto dal capo. Tanto serviva a saggiare la bontà d’animo delle portatrici d’acqua, ma soprattutto la disponibilità a rispondere positivamente a qualche primo timido approccio. Le più belle erano le più richieste, naturalmente, e spesso erano costrette a tornare alla fontana per riempire di nuovo la langella.

Certamente presso le case delle fanciulle corteggiate non doveva mancare mai una scorta abbondante di acqua, per il frequente andirivieni che queste facevano, spinte dalla voglia di sentirsi blandite o dalla celata speranza di incontrare “qualcuno”.

Così la fontana con le sue limpide acque perenni diventava complice dei primi sguardi, dei primi innamoramenti, dei primi incontri rubati, dei primi ritardi, delle prime bugie, delle prime delusioni, e spesso anche dei primi amori fatti di timide avances, finte ritrosie, sguardi furtivi, rossori, promesse, giuramenti, che non raramente sfociavano nel matrimonio.

Lidia Di Lorenzo


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