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Rubriche > PERSONAGGI ILLUSTRI > Giacomo Calandro
Giacomo Calandro
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 28/2/2011 (1320 Letture)

Tre secoli fa, nasceva a Frasso Telesino Giacomo Calandro,uno tra i più attivi violinisti italiani  del XVIII secolo. In questa veste, infatti, operò a Napoli, Roma, Bologna, in Germania, Slovacchia e forse in Russia. Fratello maggiore del celebre compositore e Maestro di Cappella Nicola (Frasso, 1715 – Roma, 1760 ca.), fu erroneamente ritenuto da alcuni studiosi padre di quest’ultimo (1).

 

Era nato il 10 dicembre del 1707 da Michele e Antonia Mosella. Nell’ Atto di battesimo viene riportato che “è stato battezzato l’11 dicembre 1707 da Don Bernardino Cusano, nato ad ore 23 [circa le 5 del pomeriggio] del giorno 10 dicembre. Nome di battesimo Giacobbe, Antonio. Padrini Simone De Simone e Giuliana Mosella” (2). Frequentò poi, probabilmente, il Seminario Vescovile di S. Agata dei Goti, dove il 20 aprile 1716, con  Decreto di mons. Filippo Albini, gli fu concessa ”licenza di vestirsi dell’abito clericale”. Successivamente studiò a Napoli, dove nel 1721 lo troviamo tra gli allievi del Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo e nel 1725 tra quelli della Pietà dei Turchini. Terminati gli studi, operò come violinista inizialmente presso la Chiesa di S. Maria in Napoli e in seguito “fuori Regno”, come riporta il Catasto onciario della Terra di Frasso redatto nel 1743 (3). Nel 1732, infatti, lo troviamo attivo a Roma tra i componenti dell’Orchestra del Teatro Capranica (4). Dalla tabella relativa agli organici della suddetta orchestra, il nostro Giacomo era tra i primi violini e a giudicare dal compenso percepito, che era di 42 scudi, godeva di grande considerazione. Infatti dopo i 60 scudi assegnati al primo violino, il Sig. Giulio Toscani, la sua era tra le più alte retribuzioni concesse agli orchestrali del suddetto Teatro.

In questo periodo, su suo suggerimento, anche il fratello minore Nicola intraprese lo studio della musica presso il Conservatorio di S. Onofrio, affermandosi poi come uno dei più apprezzati operisti italiani della metà del XVIII secolo.

Dopo Roma, al seguito di varie compagnie operistiche, Giacomo suonò in diverse città italiane e all’estero.

Nel 1750, al seguito della compagnia operistica diretta dall’impresario Giovanni Battista Locatelli (1713 – post. 1790), fu attivo come primo violino nell’orchestra del Teatro Nuovo di Praga. In questa veste, il 26 dicembre, partecipò alla prima rappresentazione dell’Opera Ezio  di Chistoph Willibald Gluck (1714-1787), su libretto di Pietro Metastasio,  (1698-1782), che ottenne uno strepitoso successo. Nella prefazione al libretto della suddetta Opera, nel citare il Calandro come 1° violino dell’Orchestra del suddetto Teatro, viene proposta la possibilità di acquistare copie delle arie dallo stesso Calandro: “La Musica è di vaghissima Composiziore del Sig. Gluk, chi bramerà le Arie in spartitura, o sole potrà informarsi dal Sig. Giacomo Calandro primo Suonatore delľOpera“ (5). Fu lo stesso Calandro, poi, che fornì varie arie in partitura anche al Coro della Cattedrale di S. Vito di Praga. Come sostiene la studiosa slovacca Milada Jonášová, il Calandro  certo era in grado di procurare a Sehlig [all’epoca, direttore del suddetto Coro, ndr] numerose partiture di arie direttamene da Venezia” (6).

Dopo la Stagione operistica di Carnevale, la compagnia dell’impresario Locatelli fu attiva in diverse città italiane e dell’Europa Centrale, tra le quali  Lipsia, Venezia (1754), Dresda (1754), Amburgo (1754) e  nuovamente a Praga (1754).

Fallita la suddetta compagnia nel 1756, il Locatelli si recò a S. Pietroburgo (Russia) dove gestì un teatro di corte e fu il primo a portare in Russia l’opera italiana.

Non sappiamo, se il Calandro seguì il Locatelli anche in Russia; di certo sappiamo che intorno al 1760 fu attivo a Brunswick (oggi Braunschweig), in Germania (7), probabilmente come componente della cappella di Corte diretta dal napoletano Ignazio Fiorillo (1715-1787).

Rientrato in Italia, suonò in varie istituzioni musicali di Napoli, Bologna e, probabilmente, Venezia. La fama acquisita dalla sua lunga carriera artistica, lo posero spesso al centro della vita musicale di queste città, divenendo, grazie alle sue numerose ed illustri amicizie, anche un importante punto di riferimento per diversi musicisti.

Nel 1771, ad esempio, con sua lettera, segnalò al “Sigr. D. Pasquale de Filippis, Virtuoso del Orchestra nel Teatro Reale di Napoli”, la cantante Cecilia Davies detta l’inglesina (1756 – 1836), al fine di farle ottenere una scrittura presso il medesimo Teatro (8). Incarico che effettivamente ottenne per la stagione operistica del Carnevale del 1772, durante la quale, come “Prima Donna” cantò nell’Opera “Ruggiero” di Johann Adolf Hasse (1699-1783).

Qualche anno dopo, l’ ”amico vero” Giovanni Battista Mancini (1714-1800), celebre teorico e maestro di canto, con lettera da Schönbrunn (Austria), datata 2 settembre 1776, si rivolge a lui, in quel periodo residente a Bologna, perché interceda presso il celebre contrappuntista Padre Giovanni Battista Martini (1706-1784) al fine di rivedere e rivalutare l’opinione espressa da quest’ultimo circa il suo trattato Pensieri e riflessioni pratiche sopra il canto figurato (9).

Con il fratello Nicola e con la sua terra natale, Giacomo mantenne sempre un costante rapporto, sia per eseguire le ultime volontà espresse della madre con testamento redatto nel 1761dal Notaio Giuseppe Dello Stritto e sia per amministrare il patrimonio familiare.

Particolarmente vivo, poi, fu il legame con la chiesa di Campanile e il relativo Monastero, al quale, nel 1782, donò una statua di S. Giovanni Nepomuceno, che aveva portato di ritorno da una delle sue tournée dalla Germania: “…ed ritorno, che fece dalla Germania, in questa sua Patria, a sua special devozione, portò seco una statua di S. Giovanni Nepomiceno, e la donò alla chiesa di detto Real monastero…inoltre nel giorno della festività di detto Santo, si fusse ad onore, e gloria del medesimo celebrata da dette Signore Religiose una messa cantata in ogni anno, e per questa celebrazione li avrebbe data l’elemosina di quindici [ducati]…”(10).

Gli ultimi anni della sua vita li trascorse a Napoli, dove morì il 10 gennaio 1788 (11).

Adriano Amore


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