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Rubriche > PERSONAGGI ILLUSTRI > Don Alfredo D'Addio
Don Alfredo D'Addio
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 16/8/2011 (1655 Letture)

Il 26 agosto 1972, moriva improvvisamente a Roma don Alfredo D’Addio, per quasi 24 anni Parroco di S. Giuliana.

Desideriamo ricordarlo, non solo per la sua eccellente testimonianza umana e sacerdotale e per i lunghissimi anni di generoso servizio reso alla nostra Comunità, ma anche per fare memoria della qualità dei parroci frassesi di un tempo e per sollecitare i nostri concittadini ad essere riconoscenti verso tutti coloro che hanno dedicato la loro vita a Frasso.

 

“Lo Spirito del Signore è su di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio, a sanare i contriti di cuore” (Is. 61,1)

Queste parole del profeta Isaia mi sembrano una giusta introduzione per ricordare il servizio pastorale che don Alfreto iniziava a Frasso nel lontano 1938, quando, accompagnato da S.E. Mons. Giuseppe De Nardis, Vescovo di S. Agata dei Goti, assumeva l’incarico di Vicario parrocchiale con diritto di successione  dell’Arciprete Onofrio Narducci, infermo ed impossibilitato ad esercitare il ministero parrocchiale. Infatti, dopo appena alcuni mesi dal suo arrivo nel nostro Paese, ne diventava Arciprete. 

Chi era quest’uomo che stiamo ricordando?

Egli nasce il 1° gennaio 1901 a S. Maria a Vico (CE), dove compie i primi studi che prosegue a Montesarchio e Caserta, conseguendo a 18 anni la licenza liceale.

Dopo il raggiungimento di questo traguardo scolastico, il giovane Alfredo invece di recarsi a Napoli per affrontare gli studi universitari, entra nel Noviziato dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, che si trova nel suo paese natale. Prosegue poi gli studi ecclesiastici a Saint Pierre (Aosta), prende i voti religiosi ed è ordinato sacerdote nel 1925.

I Superiori destinano Padre Alfredo all’insegnamento nei Collegi dei Missionari Oblati, molto ricercati dall’alta borghesia piemontese e francese per l’educazione dei loro figli, e all’incarico di Maestro dei Novizi nelle case religiose di Saint Pierre, Torino e dell’Alta Savoia (Francia).

Il giovane sacerdote non si risparmia nella missione di educatore, ma questo non gli impedisce di girare per l’Italia, prendendo come mete preferite  i Santuari mariani. Gli sono particolarmente cari quelli di Oropa e di Loreto, nei quali si consolida e si accresce la sua particolare devozione alla Madonna.

A 35 anni inizia a soffrire di enfisema polmonare e di disturbi al fegato, dovuti probabilmente anche ai digiuni, richiesti dalle Regole della Congregazione, che egli volentieri osservava, oltre a quelli previsti dalla pietà popolare e dai precetti della Chiesa. Questa pratica ascetica, rigidamente vissuta, lo portava a trasferire sempre la festa per il suo onomastico, che cade il 14 agosto, vigilia dell’Assunta e allora  giorno di digiuno, alla giornata successiva.

Le precarie condizioni di salute lo costrinsero a ritornare nella casa religiosa di S. Maria a Vico e, successivamente, a lasciare la Congregazione degli Oblati di Maria Immacolata e ad incardinarsi nella Diocesi di S. Agata dei Goti.

S. E. Mons. De Nardis apprezza questo dono della Provvidenza e, dopo avergli affidato alcuni incarichi nella Curia, nel 1938 lo destina a Frasso, inizialmente come Coadiutore dell’anziano e ormai impedito Arciprete Onofrio Iannucci, chiedendogli di rianimare la vita religiosa, alquanto spenta.

Gli inizi sono difficili, anche perché del Capitolo di 32 Canonici e del numeroso “Rev.mo Clero Frassese” rimane solo il ricordo: a Frasso vi sono pochi preti, per lo più,  anziani  e la cura pastorale di circa 5000 anime ricade completamente sulle sue spalle.

Inoltre, negli anni 1938-1940, vengono a mancare alcuni canonici: D. Francesco Grasso, Parroco del Carmine, Don Gennaro Viscusi, Don Giuseppe Formichella, mentre un altro canonico, D. Michelino Fusco, è trasferito in Curia a S. Agata.

Rimangono D. Alfonso Viscusi “ ‘u surdo”, dal 1932 rettore della Chiesa di S. Maria del Soccorso (Campanile), Don Vincenzino Mosiello, rettore della Chiesa del Corpo di Cristo ( ‘ a Chiesa ‘e sotto), Don Enrico Mosiello, in quegli anni trasferito al Carmine dalla Parrocchia di Nansignano, che reggeva dal 1898.

La situazione della Chiesa e dell’archivio parrocchiale  è disastrosa: i sacramenti, annotati soltanto su fogli  raccolti alla rinfusa, da tempo non sono regolarmente trascritti nei Registri parrocchiali, l’edificio parrocchiale, quasi in abbandono, è affidato alla cura di alcune pie donne, le “bizzoche”; ci sono ragnatele perfino nel tabernacolo!

Don Alfredo non ricomincia... da tre, ma da zero. Mancando la casa canonica, mai costruita in passato perché non necessaria, essendo i vari arcipreti e coadiutori che si erano succeduti, frassesi e già provvisti di abitazione, d. Alfredo è ospitato provvisoriamente nella foresteria delle Suore di Capo S. Angelo, fino a quando non riesce a ricavare presso la Sagrestia della Chiesa due modeste camerette  e una cucina.

Inizia contemporaneamente: il riordino dell’Archivio della Parrocchia e della Chiesa del Corpo di Cristo, “sistemato” in una porta murata tra la sagrestia e il coro dei Canonici (chi scrive è stato testimone di questa faticosa opera di bonifica, avendo contribuito personalmente - dal 1943 al 1953- a completare e ad aggiornare i registri parrocchiali); i necessari restauri della Chiesa, degli altari e delle statue; la provvista di nuove suppellettili sacre. Finalmente la casa del Signore acquista un aspetto degno e decoroso, che è curato da alcune donne e dal sagrestano Vincenzo D’Addona, succeduto al padre Angelo, morto in quegli anni.

Educatore nato, dedica le sue migliori energie alla formazione spirituale e culturale dei ragazzi e dei giovani. Durante la guerra, a motivo delle difficili comunicazioni, trasforma in “scuola” la sagrestia e la restaurata cappella della Confraternita di S. Giuseppe, per permettere a molti ragazzi , di proseguire,  sotto la sua guida,  gli studi interrotti a motivo delle vicende belliche o per prepararsi a conseguire un titolo di studiosu periore a quello di  licenza elementare. Lo stesso desiderio di far progredire i giovani lo induce ad avviarne alcuni al Seminario Diocesano ed ad essere tra i fondatori e i docenti della Scuola Media parificata, che viene aperta a Frasso nel 1948.

Anch’io ho fatto parte di un bel gruppo di giovani che furono inviati in Seminario da d. Alfredo nel dopo-guerra. Ma un po' per volta tutti lasciarono la strada del sacerdozio. Nel 1953, anche il sottoscritto, ultimo superstite di quel drappello, si ritrovò a far compagnia a D. Alfredo durante il freddo inverno, in attesa di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri.

D. Alfredo fu soprattutto un sacerdote (titolo che amaca anteporre alla sua firma) ed un padre  spirituale: quanti lo hanno conosciuto conservano un suo consiglio, una sua parola un suo gesto un suo rimprovero, che portano con sé nella vita come preziosa eredità. Grazie alla sua rara arte di dirigere le anime, molte ragazze sono state avviate alla vita religiosa, comprese due sue nipoti di cui andava orgoglioso.

Il segreto della sua vita sacerdotale, l’ ”anima del suo apostolato”, era la preghiera: non era raro trovarlo in chiesa a pregare nei pomeriggi dei giorni feriali o vedere, durante la notte, qualche luce accesa in Chiesa, segno della sua presenza orante. Appena giunto a Frasso questa abitudine dell’adorazione impressionò le Suore di Capo S. Angelo, che lo vedevano spesso in preghiera dietro lo spioncino della foresteria. Egli stesso, poi, raccontava di essersi preso qualche bronchite, a motivo delle sue soste dietro la  piccola finestra che collega la Cappella delle Suore e la foresteria.

Alla preghiera egli univa una vita parca e penitente. Don Alfredo era molto esigente, innanzitutto con sé stesso. Si faceva scrupolo di porre sulla sua tavola cibi che la maggior parte della popolazione di Frasso non poteva permettersi. 

Anche durante  il suo ministero frassese il fegato continuò a dargli problemi, come attestavano i “farmacisti” don Andrea e don Michele con Carlino Iannucci e il dr. Carmine Scioscia, spesso  chiamati a praticargli punture di eparema, e i periodi che, ogni anno, dopo l’Assunta, trascorreva a Castellammare di Stabia  per la cura delle acque. A motivo di questo disturbo il  Dr. Mario Calandra, medico condotto e suo grande confidente e consigliere, venne a conoscenza del fatto che egli portava sulle carni un rudimentale cilicio, fin dalla giovane età, e glielo proibi.

Don Alfredo amava la liturgia. Penso che gli calzino a pennello le parole con le quali il giovane chierico Giovanni Bosco, rispose a chi lo invitava ad una festa: “Le feste dei Sacerdoti sono le funzioni sacre”.  La chiesa, il ministero sacerdotale erano l’habitat nel quale si muoveva con impegno e gioia: la sua bella voce, la sua intelligenza e la sua cultura ne facevano un celebrante ed un predicatore incisivo. Molto prima del Concilio, per favorire la partecipazione della gente, usciva dal rigido ritualismo pre-conciliare, istillando con gesti semplici e parole comprensibili il gusto per quanto di  misterioso si svolgeva sull’altare. Non gli mancava  nell’annunciare la Parola o nel contatto con la gente la battuta pronta, arguta, talora pungente, che sintetizzava il messaggio o focalizzava le situazioni e le qualità delle persone.

L’anno liturgico lo vedeva impegnato anche a conservare le  tradizioni religiose locali, cui si dedicò sempre, ma soprattutto nei primi anni di ministero frassese. La benedizione dei campi che, tra l’Ascensione e Pentecoste, egli faceva percorrendo in processione il tratto dalla Chiesa alla “Croce”; il pellegrinaggio a Montevergine ‘a curto, due volte l’anno; la Messa nella cappella di “Santjanni”, il 24 giugno, festa di S. Giovanni Battista; la Messa nella Cappella di Capo S. Angelo, dedicata all’Immacolata, l’8 dicembre; la Celebrazione eucaristica  all’aperto, all’ingresso del Cimitero, che allora si presentava come un campo recintato, abbandonato ed incolto.

Il suo zelo pastorale lo portò ad introdurre o a rinnovare altre pratiche religiose. Particolare impegno egli pose nel diffondere la pia pratica dei primi nove venerdì del mese, in onore del Sacro Cuore di Gesù, che, grazie a lui, divenne uno dei fulcri della vita cristiana a Frasso. Dal giovedì arrivava sempre in paese un gruppo di religiosi, di preferenza Oblati di Maria Immacolata, che si mettevano a disposizione per le confessioni fino al giorno dopo durante la celebrazione delle SS. Messe, che iniziavano prestissimo con una parteecipazione di fedeli, superiore a quella dei giorni festivi.

Appuntamento significativo di pietà mariana e di catechesi era la celebrazione del Mese di Maggio: tutte le sere, davanti alla bellissima statua dell’Immacolata che, tuttora si conserva nella Chiesa di S. Giuliana, egli, dopo aver guidato la recita del Rosario, parlava familiarmente ai numerosi fedeli e,  illustrando le apparizioni di Lourdes, di Fatima o esponendo altri argomenti spirituali, li esortava alla preghiera ed all’amore della Madre di Dio.

Tuttavia, la particolare cura per  preghiera, la liturgia e la predicazione, non lo distoglieva dai problemi concreti delle persone affidate alle sue cure, per le quali studiava un piano di aiuti discreto e rispettoso della loro dignità e sensibilità. A molte necessità egli doveva venire incontro:  fame, miserie materiali e morali, situazioni di disperazione..... Un poeta napoletano dice di non dar retta alle parole delle canzoni, che dicono spesso bugie, perché il mare non è sempre blu e non sempre spunta la luna a Marechiaro. Anche a Frasso in quegli anni i problemi non mancavano e si trattava spesso di problemi di sopravvivenza!.

Si era alla fine della guerra e in paese il pane scarseggiava e, talvolta, mancava completamente, soprattutto in alcune case. L’Arciprete poteva contare sul grano delle  rendite di S. Giuliana, ma anche questo finiva. Allora con qualche camion compiacente delle truppe alleate di occupazione, Don Alfredo, in abiti borghesi, partiva con un gruppo di volontari per la zona di Fragneto, nella piana beneventana, per reperire qualche sacco di grano, ma non sempre il viaggio andava bene.

Una notte del 1942, una pattuglia dei Carabinieri sorprese quattro compari e due asini carichi di farina sulla vecchia strada che dai mulini ad acqua portava agli Agnoni. Alla luce fioca di una lanterna a petrolio, l’Appuntato Capizzi riconobbe tra di essi l’Arciprete e, sapendo che fine avrebbe fatto tutto quel “ben di Dio”, si raccomandò perché il giorno dopo la “panettera”, zi’ Amalia Iannucci, e la perpetua dell’Arciprete, zi’ Maria Carmina, si ricordassero dei Carabinieri e delle loro famiglie, anch’essi senza pane, come tanti altri Frassesi.

Negli ultimi anni, la sua carità lo portò a fittare la casa del Dott. Scioscia, per ospitare sua sorella e i cinque figli, in difficoltà economiche, perché il cognato era partito in cerca di fortuna in Venezuela.

Il vecchio Vescovo di S. Agata, Mons. Giuseppe De Nardis, aveva in grande stima Don Alfredo che aveva scelto come consigliere e confessore.

Correva voce che egli lo avesse proposto alla Santa Sede per l’Episcopato, ma non fosse riuscito nell’intento, per il fatto che, se pur con ragione, D. Alfredo aveva lasciato l’Istituto degli Oblati di Maria Immacolata. Di questa diceria ebbi una conferma indiretta negli anni 1957-1958, quando trovandomi ad Aosta come Brigadiere dell’Arma dei Carabinieri, venni incaricato dall’Arciprete di portare i suoi saluti al Vescovo di quella Città, Mons. Maturino Blanchet, anch’egli Oblato di Maria Immacolata. Questi gradì il pensiero del suo antico confratello e, congedandomi, mi disse che come erano stati compagni di noviziato, avrebbero potuto essere confratelli anche nell’Episcopato.

Tra il 1960 e il 1962, ho vissuto ancora per quasi due anni a Frasso. L’Arciprete era rimasto solo a provvedere alla sua Parrocchia, né gli poteva essere di grande aiuto il Parroco del Carmine, d. Achille De Amicis, molto anziano.

Furono anni in cui riprendemmo la vecchia amicizia e le vecchie abitudini di un tempo: la passeggiata durante i mesi estivi e la partitella a scopa nei mesi freddi,  insieme alla lettura e al commento dell’ Osservatore Romano e della Civiltà Cattolica. Ricordo che in una di queste sere mi comunicò la decisione di lasciare Frasso e di ritirarsi a Roma. Abbattuta la vecchia Chiesa parrocchiale, egli si sentiva impari di fronte all’impresa di costruire la nuova.

Così, nel 1962, dopo 24 anni, lasciò Frasso per ritirarsi a Frattocchie, tra Albano Laziale e l’estrema periferia di Roma, presso una casa della nuova fondazione del Sacerdote nolano, D. Arturo D’Onofrio. Questo mutamento di vita fu per lui quasi un ritorno alle origini: poteva dedicarsi maggiormente alla preghiera e curare meglio la salute. Ma, nonostante vi sia ritornato soltanto una volta, il 28-29 giugno 1968, in occasione della Consacrazione della nuova Chiesa, non perse mai i contatti con Frasso. Attraverso la fitta corrispondenza (che curava con estrema puntualità) e le numerose visite dei suoi ex parrocchiani, egli continuava  ad esercitare la sua paternità spirituale verso i Frassesi che ricordava quotidianamente nella preghiera.

Trascorse gli ultimi anni al Seminario vescovile di Albano. Qui, sono stato a trovarlo l’ultima volta, insieme a mia moglie. Trascorremmo insieme una piacevole giornata sul lago. L’ho sentito l’ultima volta, il 6 settembre 1969, per comunicargli la notizia della morte di mio papà, Giuliano.

Morì a Roma il 26 agosto 1972, improvvisamente, a casa di una sua sorella. I funerali si svolsero alla presenza di una rappresentanza di Frassesi, a  S. Maria a Vico, dove è sepolto.

Mi piace ricordare D. Alfredo come un sacerdote dalla santità nascosta, vissuta nel quotidiano rapporto con i giovani, con gli anziani, con gli sposi, con i genitori ed i poveri: pronto a commuoversi vicino alle culle piene e a piangere accanto ad un letto di dolore ed alle bare dei suoi parrocchiani.

La sua passione per il Vangelo, vissuto prima che annunciato, lo portava talora ad ardere di santo zelo di fronte a quanto metteva in pericolo la santità e la comunione del Popolo affidatogli dal Signore, ma egli sapeva ritrovare sempre nella preghiera e nella celebrazione dell’Eucarestia la forza per donarsi ogni giorno senza misura anche a coloro che erano lontani o che talora ostacolavano il suo ministero. 

Ho voluto sottoporre queste note all’attenzione dei miei compaesani, dopo averle raccolte, a puntate, tra i molti ricordi che affiorano, spariscono e riappaiono continuamente  come lampi di luce e come punti di riferimento sicuro nella mia memoria, perché il ricordo di D. Alfredo D’Addio continui a risvegliare il molto bene che egli ha seminato nel nostro Paese ed a richiamare i Frassesi ai grandi valori che egli ha testimoniato.

 

Antonio Iannucci


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