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Il castello di Limatola, memoria storica delle Terre dei Gambacorta
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 26/11/2011 (10923 Letture)

Limatola - Il  Castello restaurato


Il
castello di Limatola è memoria storica di un territorio, uno scampolo di mura merlate in un punto strategico, un marchio di nobiltà che dà lustro al piccolo centro e diventa il simbolo della sua storia.

Oggi, il comune di Limatola, distante circa 49 km da Benevento, costituisce il punto estremo della provincia sannita ed è costituito dall’omonimo centro e da due frazioni, Biancano e Ave Gratia Plena.

Per la sua importanza strategica, fino al sec.XV, si arricchì di sistemi di difesa che andavano adeguandosi alle innovazioni che avvenivano nell’arte bellica.  



Un antico tracciato viario, detto "diverticulum" che, partendo da Calatia, si snodava lungo il territorio di Limatola e Dugenta, unendo l’Appia antica alla via Latina, che passava per Telesia, ci mostra che Limatola era un passaggio obbligato tra le fortezze di Caiatia, Trebula e Cobulteria, sia per chi entrava nel Sannio da Ovest, sia per chi proveniva da Allifae.

Un’attestazione documentaria del castello di Limatola è nella Bolla di Sennete (1113), arcivescovo di Capua, e riguarda la chiesa di San Nicola: “in castro Limatule eius ecclesiam S. Nicolai, quae est infra Castellum”, con la quale si determinarono le chiese dipendenti dal vescovo di Caserta (Monaco, p.587, Meomartini 1970, p.315, Cunderi 1978, p. 57, Aragosa 1997 , p.18). La mancata citazione nel Catalogus Baronum (1150-68) fa supporre che Limatola fosse un feudo “in capite de dominio rege”.

Nel 1221, Roberto conte di Caserta, donò terre “in territorio Caserte, Electe et Limatule” al monastero di S. Spirito “de Silva Oreole” nella diocesi di S. Agata.

Nel 1266, Carlo I d’Angiò, dopo la conquista del Regno di Napoli, donò Limatola a Tommaso Sanseverino. Ma nel 1269, Carlo I d’Angiò, sospettando che la famiglia Sanseverino lo tradisse a favore di Manfredi e Corradino, ne esiliò i membri e dopo pochi anni la concesse a Guglielmo Belmonte Grande Ammiraglio del Regno per 130 once (Giustiniani, V, p. 273; Bollito, IV, p. 197, Tescione, p.86).

Probabilmente, in questo periodo furono eseguiti lavori importanti che trasformarono il castello in Palacium Limatulae, come riporta lo Statuto sulla riparazione dei castelli (1278) (Sthamer 1995, p.60), ovvero in una dimora cittadina. Carlo I ordinò che i lavori al castello  “facies castrum ipsum de pecunia Curie” (Cancelleria angioina reg. 28, vol., 2).  La duchessa di Limatola Margherita de Tucziaco (Il cognome originale francese era “de Toucy”, latinamente scritto  “de’Tucciaco”, fu alterato in “Tulciaco”, “Tuzciaco” (A. Broccoli, Cancelleria angioina, Il registro di Carlo I d’Angiò, Archivio Storico Campano, Caserta 1889, p.25). La famiglia De Tucziaco era una nobile ed illustre Casata francese, che venne nel regno di Napoli, al seguito di Carlo I d’Angiò (con il quale era imparentata), che chiamò i cinque fratelli Anselmo, Filippo, Berardo, Thomas, e Oddone, tutti di sangue reale, a ricoprire la più importanti cariche del regno.

Anselmo nel 1271 fu capitano generale della flotta e dell’esercito regio per condurre la flotta sulle sponde dell’Epiro; Filippo era ammiraglio del Regno di Sicilia, consanguineo e familiare regio, signore di Nardò; Tommaso fu Signore di Castriano nella terra d’Otranto; Berardo era addetto alla raccolta e alla vendita di sale; Oddone fu milite del Regno di Sicilia, maestro giustiziere, consanguineo del re. A Margherita, il re, intorno al 1270, offrì uno dei più maestosi castelli di Napoli, qual era il castello di Limatola, nel quale il re stesso fu ospite per qualche giorno durante i suoi viaggi. Probabilmente ciò avvenne durante il viaggio  che egli fece da Foggia a Capua, dove rimase dal 23 al 26 febbraio nella Torre di S. Erasmo. ( Angelo Riccio, Itinerario di Carlo I D’Angiò nell’anno 1271 in II registro di Carlo I d’Angiò.1271 A in Regia Sicla. Archivio storico campano, anno I, Caserta 1889). Carlo I d’Angiò concesse i suoi feudi più importanti a partire dai suoi più stretti familiari e questa donazione alla sua carissima consubrina Margherita de Tucziaco sottolinea l’importanza del castello posto a difesa della Media Valle del Volturno.

Il 27 settembre del 1277 per il cattivo stato del castello di Limatola, tenuto in custodia da Margherita de Tucziaco, viene ordinato al nobile Leonardo Cancelliere Achaye, di adottare ogni provvedimento necessario in favore di Margherita e di reperire le maestranze più prestigiose in tutto il regno di Napoli e della Sicilia , affinché il castello riacquistasse il suo splendore. Intanto Margherita si spostava nel castello di Morrone[1] .

Con decreto del Re Carlo I d’Angiò, emanato a Melfi il 27 settembre del 1277, il castello ebbe il suo primo restauro al quale dovette presiedere l’architetto francese Pietro D’Angicourt, quello stesso che aveva diretto i lavori di ricostruzione del castello di Lucera in Puglia e che spesso viene appellato come Protomaestro. Dopo un anno la castellana Margherita potè tornare nel Castello di Limatola e Carlo I inviò presso la sua corte il nobile Americo de Sancto Claro, al quale è donato il castello di Limatola, in cambio del castello di San  Nicandro , ma con giuramento di fedeltà al sovrano. Nel 1316 il territorio di Limatola fu donato da Roberto d’Angiò a Guglielma Cantelmo, madre del suo figlio naturale Carlo d’Artus (Meomartini 1907, p.315) [2]

In circostanze ancora poco chiare, ad opera della regina Giovanna I, nel 1345 i possedimenti precedentemente confiscati furono restituiti ai Sanseverino (Varrone 1975, p.58; Cunderi 1978, p.77). Nel 1439, durante la guerra di successione al trono di Napoli, Limatola era difesa dal Caldora [3] e fu presa da Alfonso d’Aragona. La famiglia della Ratta fu in possesso della contea di Limatola almeno fino all’occupazione del regno di Napoli ad opera di Luigi XII di Francia che usurpò molte terre. Nel 1457 il conte Giovanni morì ed il figlio Francesco ebbe confermati i possedimenti e i titoli paterni nel 1458 (Tescione, p.124-5).

Nel 1460 durante la congiura dei baroni [4] , il castello di Limatola fu conquistato da Ferrante d’Aragona che così controllava il tratto del fiume fino a Capua ( Senatore F.-Storti F.,2002, p. 234).

I conti Cesare d’Aragona e Caterina della Ratta persero Limatola e le altre terre della Contea, ma, come eredi del conte Francesco di Limatola, insieme alla nipote Caterina Juniore, fecero valere presso Luigi XII il possesso dei loro beni ereditati jure successorio: Cesare d’Aragona prima di recarsi a giurare obbedienza a Luigi XII, con atto pubblico redatto nel villaggio Torre nel piano di Coseno, il 12 settembre 1501 donò a Caterina tutti i suoi beni e questa, recatesi in Francia, vi morì il 14 novembre 1504 (Tescione 1990,pp.129-130).

Nel 1505 Limatola fu donata a Ferdinando d’Andrea da Ferdinando il Cattolico ma nel marzo 1509 ritornò in possesso di Caterina juniore, sposa di Francesco Gambacorta, (pur non avendo figli legittimi) Caserta, Limatola, Dugenta, Melizzano, Frasso, Sant’Agata dei Goti, Fuccito, la valle e il casale di Vitulano, Eboli, S.Pietro di Diano e i feudi delle Serre e del Fosso (Ricca 1869, p.283; Meomartini 1907, p.316; Tescione 1990, p.91; Cuderi 1978, p.81).

Caterina Della Ratta , sorella del Conte Francesco e di Baldassarre, ultimi di questa nobile casata, sposò Cesare d’Aragona, figlio naturale del re, che affrontò, prima, le truppe di Carlo VIII e, successivamente, quelle di Luigi XII. Sconfitto dai francesi fu costretto all’esilio sino alla morte nel 1504.
Nel 1509 Caterina Della Ratta si sposò di nuovo con Andrea Matteo Acquaviva , duca d’Atri e conte di Conversano, uno dei feudatari più ricchi del regno, col quale ebbe inizio la Signoria degli Acquaviva. Egli era un insigne umanista , uomo colto e raffinato, uomo d'armi e di lettere e seppe abilmente guadagnarsi la contea facendo sposare suo nipote, Giulio Antonio Acquaviva, con la pronipote della contessa di Caserta, Anna Gambacorta.

Infatti, dopo il matrimonio di Caterina della Ratta con il duca d’Atri, Limatola fu donata ai nipoti Caterina della Ratta e Francesco Gambacorta, genitori di Anna che nel 1518 fecero restaurare il castello e l’annessa chiesa di San Nicola intra castellum. Francesco Gambacorta, figlio di Giovanni e Margherita di Carlo di Monforte, fu un vero mecenate, per il suo amore per l’arte e l’architettura. Fece consolidare la struttura del castello di Limatola, restaurò la cappella di San Nicola intra castrum, emanò nel 1527 i capitolari, norme che dovevano essere osservate sia dai feudatari che dai contadini delle sue terre, commissionò il polittico dell’Annunziata di Limatola a Francesco da Tolentino, pittore marchigiano che lavorò a Napoli con artisti locali

Nel 1570 Limatola fu comprata da Francesco Gargano per conto del principe di Conca Giulio Cesare di Capua, che, nel 1599, li donò al figlio Matteo di Capua. Dopo la morte di Matteo (1607), il figlio Giulio Cesare junior di Capua ereditò le 40 terre dal padre, compresa Limatola. Nel 1610 Limatola fu acquistata da Diana Gambacorta figlia di Carlo Marchese di Celenza con suo marito Giovannantonio Gambacorta per 25000 ducati (Meomartini; Giustiniani 1802, p.273).

Nel 1647 scoppiò la rivolta di Masaniello e l’eco arrivò anche a Limatola. Era duca di limatola Francesco III Gambacorta (figlio di Giovanni Andrea e di Diana Gambacorta )che aprì le porte del suo maniero  a numerosi rifugiati tra cui la famiglia Filangieri, il principe di Frasso, la famiglia Brancaccio. Nel castello c’era abbondanza di viveri e di acqua nonché un forte presidio. Nel paese, invece, aumentava il malcontento tra i contadini a causa delle continue imposte che erano costretti a pagare sia al duca che allo spietato fisco regio. Presto i limatolesi  giunsero al colmo della disperazione, elessero un capo popolare e armati di tridenti e arnesi rudimentali attaccarono il castello mettendo in fuga il presidio. Il duca, per aver salva la vita e quella dei suoi ospiti, scese a patti col capo popolare. Il capo popolare chiese e ottenne rinforzi dal Duca di Guisa che spedì a Limatola una guarnigione capitanata dal francese Malet, il duca Gambacorta invitò a colloquio il capo popolare nel Castello, dove, a tradimento, lo fece arrestare e poi, dopo un sommario processo, lo fece impiccare.

Morto Francesco Gambacorta nel 1657,  Giuseppe Maria Gambacorta , figlio di Francesco, assunse il titolo di terzo duca di Limatola . Ebbe come consorte Vincenza Gambacorta la quale , dopo la morte del Duca Giuseppe, avvenuta il 25 dicembre del 1672, si risposò con il consigliere capo di rota Alvaro della Quadra dal quale non ebbe figli. Vincenza Gambacorta fece restaurare ed affrescare le sale del piano nobile del castello di Limatola che era rimasto seriamente danneggiato dal terribile terremoto del 1688, tra il 1694 e il 1696 e morì il 10 Aprile del 1714.

Limatola rimase in possesso della famiglia Gambacorta fino al 1734 anno in cui, morto Francesco IV Gambacorta ( figlio di Giuseppe Maria e Vincenza Gambacorta), marito di Aurelia d’Este, non avendo eredi il feudo fu confiscato ( Ruderi 1978, p.82).  Francesco fu uno dei gentiluomini che prese le armi in favore di Filippo V in occasione della congiura del principe di Macchia. Diventò montiero meggiore del Regno di Napoli e capitano di una compagnia di uomini d’arme di quel Regno. Nel 1710 fu creato Grande di Spagna. Nel 1730 tutto il territorio fu acquistato da Giovanni Ma stellone  erede di questa nobile e antica famiglia originaria di Sorrento[5] e marito di Luisa Caracciolo Duchessa di Lauriano. Avendo solo due figlie, l’assegnò in dote alla prima ch’ebbe per marito Antonio Lattieri principe di Pietrastornina, lasciando un legato di annui ducati 16.000 alla secondogenita (Aragosta 1997, p.27; Giustiniani 1802, p.274; meomartini 1907, p.317). In un momento non ancora precisato il castello venne in possesso dei Carafa poiché esiste un atto del Giugno 1816 con il quale fu venduto dai fratelli Giuseppe, Maria e Luigi Carafa all’arciprete Don Francesco Canelli.

L’arciprete don Francesco Canelli lasciò in eredità il castello al nipote don Vincenzo, dottore in filologia e medicina. La stessa famiglia Canelli, con i feudatari Tarquinio e Pirro canelli, verso il 1500 alienarono il loro feudo di canelli e si trasferirono a Napoli al seguito del Duca Gherardo Gambacorta. Tarquinio Canelli si trasferì a Limatola, sia per amministrare il feudo del duca sia per tenere a freno la turbolenta popolazione locale.

Il castello il 14 marzo 1944 fu requisito dalla V armata U.S.A.

CARATTERISTICHE ARCHITETTONICHE

Limatola centro si strutturò in modo avvolgente intorno al fulcro del castello alto sulla collina. Le stesse case, inerpicate sul pendio, costituiscono con il loro prospetto esterno, una cortina muraria interrotta solo da strettissimi vicoli in salita, sovrastati da archi, all’occorrenza sbarrabili all’assalitore. Degli antichi accessi medievali, la porta orientale sopravvive nella struttura muraria e nell’apertura ad arco ogivale, inglobata in una casas in via Schiavi; Portanuova si conserva come sottarco di una casa. Altri elementi medievali del borgo sono riscontrabili in via Gallo Piccolo (caratteristici gli archi tra le casette) e in via Castello (c’è una stretta monofora gotica in tufo giallo).

Che sul sito del castello di Limatola potessero sorgere strutture difensive sannite e poi romane non è dato saperlo con certezza. Il luogo, già naturalmente dei più muniti per l’eccezionale preminenza territoriale è ipotizzabile ospitasse un’arce preromana, insediamento molto diffuso nella Campania Nord Occidentale occupata dalle popolazioni italiche. Una prova sarebbe lo spessore di oltre un metro e mezzo del muro di una stanza verso il cortile, mentre quello della stanza immediatamente successiva è di cm.50 e la presenza di grandi rocce calcaree affioranti.

E’ ipotizzabile ma non documentato un ruolo difensivo anche nell’alto medio evo. Le popolazioni, sotto la spinta delle incursioni dei popoli germanici e delle truppe saracene,probabilmente avevano approntato un sistema di terrapieni, trincee e palizzate lignee di sbarramento poste come ostacolo al sentiero di accesso del colle.

Sta di fatto che la parte risalente al primitivo insediamento la cui datazione è al momento incerta è l’imponente mastio a pianta rettangolare, a due livelli, voltati a botte. In quello inferiore, destinato a cappella, ci sono pilastri allineati, che potrebbe identificarsi in setto longitudinale, tipico delle strutture normanne.

Un altro peculiare elemento strutturale è la presenza di due torri semicilindriche addossate alle mura di cinta ad Ovest lungo la gradinata che conduce alla porta d’ingresso che il Varrone definisce prima porta (Varrone 1795, cit. pp 63-64). Secondo Varrone  al posto della gradinata doveva esserci un ponte levatoio che però, invece di articolarsi intorno ad un asse parallelo al fronte di ingresso come di norma , era perpendicolare ad esso ( Varrone 1795, pp.63-64; Cunderi 1978, p.57) Dalla porta si accede ad un androne coperto a volta, al di sopra del quale si sviluppa la foresteria.

A sinistra della gradinata d’ingresso è posto il giardino ad un livello superiore. Il giardino circonda tutto il castello ed un tempo era verdeggiante di aranci, limoni e ulivi; ora vi sono numerosi ritrovamenti di frammenti ceramici di età basso medievale.

Il primo documento storico che riguarda specificatamente il castello di Limatola  è l’atto emanato a Melfi il 27 settembre 1277 da Carlo I d’Angiò che stanziò fondi della Curia regia per un restauro o adeguamento estetico del castello compiacendo, così, la sua CARISSIMA CONSOBRINA Margherita de Tucziaco.  I lavori durarono un anno, quindi non modificarono di molto l’impianto originario e probabilmente alla ristrutturazione dovette presiedere l’architetto francese Pietro D’Angicourt che aveva diretto i lavori di ricostruzione del castello di Lucera in Puglia e che veniva indicato come protomaestro . Pietro D’Angicourt era stato Protomagister operis muri lucerie (Reg. 1272 B. 234) e nell’anno in cui fu cominciata la fabbrica di Castel nuovo era Protomagister operum Curie ( Schuitz 1. e.74) e negli anni precedenti trovasi preposto alle opere di costruzione  o riparazione di altri castelli del Regno, tra i quali si può inserire il Castello di Limatola.

Le due torri e la cinta muraria hanno merli piatti. In alcuni tratti le mura hanno il redondone ovvero un cordone sporgente che impediva la scalata agli assalitori. Quasi tutta la cinta muraria è difesa da saettiere le quali a sud si susseguono ogni quattro metri i forma arcuata: ciò permetteva ai difensori  il lancio di dardi, di olio bollente e piombo fuso. Il Varrone riporta che il Castello era difeso da quattro fortini circolari, dei quali resta solo la base semiscarpata del fortino di sud ovest. I fortini erano orientai secondo i quattro punti cardinali perché avevano anche una funzione di avvistamento.

Di solito, l’ingresso era il luogo dove si esercitava la prima offesa dell’attaccante e infatti numerosi archetti pensili documentano il cammino di ronda che seguiva tutta la cinta muraria, dalla quale si operava la difesa.

Il castello è a corte chiusa, con gli ambienti che si sviluppano su tre lati, quello ad ovest è cieco con un’apertura in alto e ciò attesterebbe l’ipotesi dell’esistenza di un antico mastio incorporato poi nel palazzo baronale. Il mastio è l’unico punto del castello dal quale si traguarda il castello di Morrone.

L’accesso al palazzo baronale avviene mediante una scala scoperta che conduce all’ingresso caratterizzato da un arco a sesto ribassato in pietra, dal quale attraverso un androne coperto da una volta a botte, si passa alla corte approssimativamente rettangolare. L’androne è posto su uno dei lati lunghi, al di sotto di tre arcate pensili che sorreggono un ballatoio dal quale si accede ad alcuni ambienti del piano ammezzato. Sul lato opposto dell’ingresso, prende corpo un altro ballatoio di maggiori dimensioni su una serie di sei archi, su cui si aprono diversi ambienti; nel primo arco a destra, una porta immette in un ambiente articolato in tre spazi affiancati in lungo, coperti  ciascuno da una struttura a crociera archiacuta impostata su dei pilastri incassati nelle pareti murarie. Nel secondo arco a destra, una porta immette in un gruppo di locali adibiti in origine adibiti a cucine. Un complesso sistema di canali di raccolta collegati ad un serbatoio idrico permetteva di raccogliere le acque piovane convogliatevi dalla copertura della costruzione. L’acqua dopo essere stata filtrata e depurata da un sistema di filtri costituito da ammassi di sassolini distribuiti lngo la condotta muraria, giungeva in no dei piccoli pozzi distribuiti intorno la corte e nuovamente filtrata passava nella cisterna (Cunderi 1978, p.62); cosi le riserve d’acqua erano tanto abbondanti da bastare per lunghi periodi d’assedio, come avvenne durante la Rivoluzione di Masaniello. Nell’ultimo degli archi che si succedono nella corte, di fronte all’ingresso si , si apre un ambiente sottoposto al piano di calpestio della corte e coperto, anche questo con volta a botte.

Dalla corte interna partono due scale: la minore conduce ad un ampio ammezzato, la maggiore conduce alla cappella di San Nicola. Infatti, dopo pochi gradini la scala interrompe con un pianerottolo sul quale in un a lunetta istoriata si trova la scritta : “Franciscus Gambacurta Dominus vir Pius Hoc Instauri proprio aere sacellum A.D. 1518” in riferimento ai lavori di ristrutturazione della cappella commissionati nel 1518 dai coniugi  Francesco Gambacorta e Caterina della Ratta, signori del castello. ( Varrone ,1795, p LXIV, Canelli 1978, pp 43-4; tescione, p.130). Pur avanzando dubbi circa la coincidenza dell’impianto planimetrico originario della chiesa di San Nicola con l’attuale, è senza alcuna riserva riconducibile a quest’epoca il superstite portale in forme riferite al romanico campano.Il portale dell’antica chiesa di San Nicola (citata nella bolla di Senne, 1113) sopravvive nell’archivolto ghierato in marmo bianco. Francesco gambacorta in occasione dei restauri del castello promossi fino al 1518 fece rifare l’architrave e l’iscrizione celebrativa. Il tutto oggi nella corte alta presenta evidenti segni di smontaggio e riadattamento all’attuale sito: si parla dell’ammodernamento rinascimentale della prima cinta, la realizzazione della corte alta chiusa con le quattro porte priva di ambienti, delle decorazioni sulla scala.

La cappella è strutturata in due piccole navate coperte a botte, comunicanti fra loro con passaggi architravati e raccordati, entrambe terminano con due altari, sormontati da cornici lignee tardo rinascimentali di stucco dorato, le quali racchiudevano pale ormai perdute.Questa cappella fu sede di una delle 15 parrocchie di limatola: un’altra, quella di San Biagio, era immediatamente fuori le mura (Giustiniani 1802, p. 272).

La scala maggiore si sviluppa ancora per due rampanti e con due successive svolte a sinistra di 90°, per giungere al ballatoio che corre sulla successione degli archi opposta a quella di ingresso alla corte.In fondo a questo ballatoio, si apre a destra una porta dalla quale si accede a tre ambienti il primo dei quali con camino. Sulla parete della loggia si osserva una complessa stratificazione muraria, frutto di numerosi interventi: tutta la struttura della fabbrica riporta sovrapposizioni di costruzioni diverse per stile e modalità difensive, avvenute nel corso dei secoli.

Dalle volte a botte romaniche (XI sec.) del piano terra si passa a quelle gotiche a crociera (XIII sec.) e a quelle a padiglione dell’appartamento ducale vero e proprio. Al piano terra lo stile gotico è presente soprattutto nell’ala nord est, costituita da una serie di ambienti con volte ogivali a crociera, o a costoloni, formate da mattoni messi in opera a spina di pesce e poggiati su pilastri rotondi incassati nelle pareti murarie. Questi ambienti furono in gran parte ristrutturati nel 1277 dalla castellana Margherita de Tucziaco. La stratificazione è presente anche nella zona della foresteria dove, ad esempio, nella stalla  è presente un portale ad arco a sesto acuto in tufo giallo, oggi completamente murato, ma che è sicuramente nell’antico sito, poi trasformato in bastione e quindi in stalla (con soprastante foresteria). Nelle forme richiama le opere della tarda età angioina.

Dopo i Sanseverino e lo splendido periodo vissuto dalla contea di Caserta con Riccardo, uno dei più importanti feudatari del regno meridionale e fedelissimo di Federico II, Limatola e il suo castello erano passati in possesso, dal 1420 in poi ai conti della Ratta di cui il capostipite, il bellissimo e forte Diego, spagnolo, era diventato per la sua fedeltà alla casa angioina, nuovo conte di Caserta con tutte le altre terre. In quegli anni, quindi a Limatola fu realizzata una nuova cinta muraria secondo le curve della collina, con torri nei punti più deboli: probabilmente risalgono a questo periodo anche i pozzi, le cucine al piano terra, un ponte levatoio, scale e loggia ricavando inoltre una corte aperta.

Con Caterina e Francesco Gambacorta, il castello era stato rinnovato nelle sue strutture difensive adeguate al cambiamento dei mezzi bellici, con la chiusura di un’altra corte,la sistemazione della chiesa ed ancora la creazione di bastioni lungo la cinta muraria. La facciata esterna del castello di Limatola rivolta a sud est, nonostante gli interventi strutturali successivi, tra i quali quelli effettuati dal duca Francesco Gambacorta nel 1518 come ricordato in una lapide posta sopra il portone d’ingresso della cinta muraria:

HAEC ARX PACIS ERIT MUNITA, QUOD ARCEAT HOSTES BELLIGEROS TELIS, PROCUL HUIC HOSTILIA QUOQUE.FRANCISCUS GAMBACURTA, CATARINAQUE CONIUX DE RATTA, QUAM FERME NUTANTEM AMBO NOVARUNT IMPENSIS PROPRIIS AMICIS.ATQUE FUTURIS A.D. 1518

“Questa fortezza di pace sarà fortificata, perché possa tenere lontano i nemici che combattono con i dardi: lontano da qui si commetta pure qualsiasi atto ostile. Francesco Gambacora e la moglie Caterina della Ratta insieme restaurarono questa fortezza, gravemente pericolante per i più importanti amici presenti e futuri. Anno del Signore 1518”.

Conserva ancora parte del restauro eseguito dai maestri scalpellini napoletani, fatti venire durante il regno di Carlo I, da Margherita de Tucziaco. La finezza del lavoro si nota per la messa in opera dei conci di tufo, per la precisione del loro taglio dato che sono tutti della stessa dimensione e per la perfezione della forma, come richiama , le sovrafinestre quella della fabbrica di Castelnuovo, ristrutturata da Pietro D’Angicourt.

Contigui al mastio per ampliarlo sono stati accorpati ambienti voltati a crociere poggianti su pilastri. Anch’essi sono caratterizzati da paramenti esterni in conci di tufo squadrati, ma di diverse dimensioni rispetto a quelle del mastio; come differenti sono il tufo utilizzato e la dimensione dei fori dell’impalcato. Le maestranze angioine padroneggiarono a pieno le tecniche costruttive e ne è prova l’ideazione dell’ambiente posto tra i nuovi volumi e il mastio: esso risolve il problema statico di scarico delle volte gotiche senza caricare ulteriormente le preesistenti pareti normanne.

Posteriore era stata sicuramente una sopraelevazione nel lato nord con una cucina anche nel piano nobile ed altri abbellimenti della chiesa.



ANGELA D'AGOSTINO

[1] Nel medioevo, quasi certamente al tempo dei Normanni, venne costruito a Morrone un edificio difensivo. La costruzione deve attribuirsi quasi certamente a Roberto di Lauro, conte di Caserta. Ma è da ritenere che, già nell'849, Morrone avesse un proprio fortilizio e che la mano normanna abbia solo ingrandito e rimaneggiato l' impianto esistente. Costruito sul colle più strategico del paese, diventato simbolo dell' oppressione feudale, il castello doveva essere simile ad altre costruzioni fortificate dell'epoca: una cortina muraria difesa da torri alte e possibilmente merlate.
Della sua esistenza si hanno notizie certe già in un documento angioino della seconda metà del 1200, in cui si parla della castellana Margherita De Tucziaco, cugina del re Carlo I d' Angiò, che venne ospitata per alcuni mesi nel  castello. E' documentato che, nel 1456, l' edificio rimase seriamente danneggiato da un terribile terremoto. Attualmente, nell'area in cui sorgeva il castello, sono visibili il torrione principale, a pianta quasi quadrata, i resti della cinta muraria e alcune casette in pietra. L' intero complesso è in pietra calcarea con elementi di riutilizzo, in tufo, tegole e laterizi. A titolo di curiosità, va riferito che una vecchia tradizione vuole che, al di sotto della torre, esista un passaggio segreto, che avrebbe messo in collegamento il castello con il paese. La vetta del monte Castello, per il grande valore storico e ambientale, è sottoposta a tutela dal Ministero

 

  • [2]  Si sa che Roberto ebbe almeno due figli naturali: una è la Fiammetta amata dal Boccaccio l’altro Carlo d’Artus conte di Sant’Agata avuto dalla cameriera Guglielma CantelmoGiovanna I, regina di Napoli, avrebbe fatto racchiudere nella Rocca di benevento in un grande sacco di cuoio, il cadavere di Carlo d'Artus, conte di Montederisi, ucciso come sospetto dell'assassinio del suo primo marito Andrea d'Ungheria nel 1345.
  •  

[3] Il 15 novembre 1439 Jacopo alla testa di ottomila uomini, si dirige verso Napoli in soccorso di Renato di Angiò. All'altezza di Cercello, ora Colle Sannita, feudo di Giacomo della Leonessa, fedele all'Aragonese, mentre si accinge ad assaltare il paese che si era rifiutato di consegnargli vettovaglie per i suoi uomini, conversando con Luigi di Capua, conte di Altavilla e con Cola d'Osieri, napoletano, famiglia della Piazza del Nido sul modo di attaccare il paese, “...una goccia di sangue gli cadde dal capo nel cuore”. Sorretto mentre sta per cadere da cavallo, Jacopo, trasportato nella sua tenda vi muore tra lo sgomento ed il dolore dei suoi uomini che si disperdono. Le sue spoglie vengono portate a Sulmona e tumulate nella cappella Caldora nella Badia di S.Spirito. Il suo motto, inciso sulle bardature dei cavalli e dei carriaggi è tratto da un versetto Biblico di Davide. “Coelum coeli Domino, terram autem dediit fiilis hominum” ( il cielo al Signore del cielo, la terra invece diede ai figli degli uomini). Il suo stemma è inquartato di oro al primo e al quarto quadrante; di azzurro al secondo ed al terzo. Detto stemma era ancora presente sull'ingresso del castello del Vasto, poi scalpellato e sostituito con quello dei d'Avalos (Giannone-Historia del Regno di Napoli 1770, libro 25, cap 7, pag 230). Alla morte di Jacopo, al figlio Antonio, vengono confermati tutti i feudi del padre. Il Ducato di Bari e Carbonara, il Marchesato del Vasto, il titolo di Vicerè e Gran Conestabile. Nel 1442, il 29 giugno, Antonio, oltremodo ambizioso, sicuro di poter sconfiggere Alfonso di Aragona, rimasto ormai signore incontrastato del Regno di Napoli, lo affronta in battaglia a Sessano vicino al castello di Carpinone, antica sede dei Caldora. Nella notte Paolo de Sangro, suo congiunto, si accorda con Re Alfonso, per cui al mattino Paolo lo tradisce, passando nel campo avverso. Antonio viene così sconfitto. Per magnaminità gli vengono concesse le Contee di Monte Odorisio, Pacentro, Palena, Archi, Aversa, Valva. Gli vengono tolte tutte le altre che erano state conquistate dal padre Jacopo. Nel Castello di Carpinone, Antonio come descritto nelle Storie, si inginocchia per il perdono davanti al Re Alfonso, offrendogli ricche suppellettili. Il Re accetta solo un vaso di cristallo che era stato offerto dai Veneziani a suo padre Jacopo

 

[4] Nel XV secolo la Basilicata fu teatro principale della congiura dei baroni, ordita nel 1485 dal principe di Salerno Antonello II dei Sanseverino ai danni del re di Napoli Ferdinando I di Napoli.

Il principe di Salerno consigliato da Antonello Petrucci, Francesco Coppola, Luigi dei Gesualdo da Caggiano riunì intorno a sè molte famiglie feudatarie di signori e baroni del regno della fazione guelfa favorevoli agli angioini, tra cui oltre i Sanseverino si ricordano i Caracciolo principi di Melfi, i Gesualdo marchesi di Caggiano, i del Balzo-Orsini principi di Altamura e di Venosa, i Guevara principi di Teramo, i Senerchia conti di S.Andrea e Rapone.

Il Re, scoperta la congiura, dopo un alleanza con Firenze e Milano, punì pesantemente i suoi avversari dando loro la caccia uno ad uno. Lo stesso Sanseverino subì l'assedio nel suo castello di Teggiano e poi fu costretto alla fuga mentre i suoi beni (come quelli di tutti gli altri congiurati) furono confiscati e distribuiti tra i più fedeli servitori del re.

 

 

 


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