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Rubriche > PERSONAGGI ILLUSTRI > Don Pasquale De Rosa
Don Pasquale De Rosa
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 2/2/2012 (1418 Letture)

Don Pasquale De Rosa: missione pastorale e civile di “un prete di campagna”

 

 La personalità più importante che caratterizza la vita religiosa, ma anche quella sociale e civile della prima metà del Novecento a Dugenta, come emerge dall’Archivio parrocchiale di Sant’Andrea apostolo, è l’arciprete Don Pasquale De Rosa. L’impegno appassionato per l’autonomia comunale della frazione “schiava di Melizzano” caratterizza tutta la sua originale esperienza  civile di “prete sociale”, allievo  presso il Collegio Leoniano del futuro cardinale Luigi Lavitrano e del padre Antonio Pottier, fondatore della Democrazia Cristiana  in Belgio, e perciò costretto all’esilio .

Insediato nel 1913 e morto nel 1965, dopo circa 40 anni di ininterrotto ministero sacerdotale, don Pasquale  comincia la sua vita pastorale dugentese quando viene mandato dal Cardinale Ascalesi, Vescovo di S. Agata, prima come “Vicario Curato”, poi dal 1916 come parroco della frazione di Dugenta. Formatosi nel Collegio voluto da papa Leone XIII, l’autore della Rerum Novarum, dal suo primo maestro, Lavitrano, arcivescovo di Benevento, poi di Palermo e infine cardinale, apprese che i preti dovevano “uscire dalle sacrestie”: dal secondo, Pottier, divenuto in Italia attento e prezioso collaboratore di Luigi Sturzo, apprese a vivere la dimensione sociale e politica della missione pastorale. A Dugenta, durante la sua vita sacerdotale, don Pasquale, originario di Sant’Agata, incontra non poche difficoltà sia perché, come lui stesso scrive, deve subire: «la lotta dei Sacerdoti locali, colle basse gelosie ed invidie e di conseguenza anche delle loro famiglie, che ritennero […] me sempre un nemico da perseguitare e da disfarsene»; sia perché a Dugenta, frazione agricola, si imbatte spesso nella caparbietà  e primitività di contadini di animo  sincero e semplice, ma  incolti, figli cresciuti in una religiosità magica e naturalistica.

E così lui, “prete campagna”, deve subire «l’ambiente ignorante», trattando sempre «con gente incivile», perdendo «quel delicato sentire degli ultimi giorni del Seminario», costretto «ad accomodarsi al carattere del contadino, con cui solo è dato trattare tutti i giorni e con cui spesso» deve dividere «il suo parco desco, perché la porta di casa non è mai chiusa, in tutte le ore sempre aperta per ricevere tutti, per dare udienza a tutti senza limiti di tempo».

Una campagna arida alla parola di Dio che, però, diventa terreno fertile per mettere in pratica tutto ciò che ha appreso durante la formazione giovanile. Infatti il suo ministero pastorale diventa il centro non solo della vita religiosa ma anche di quella sociale e civile della piccola e laboriosa frazione. Così ad occuparlo non è solo la ristrutturazione della chiesa, cadente ed inospitale, per la quale coinvolge anche la comunità di dugentesi residenti in America, o quella del campanile che fa da orologio e guida dei fedeli per le funzioni religiose e la vita campestre. Ad occuparlo è anzitutto la crescita religiosa della comunità. E così si adopera per la costituzione di scuole catechistiche, del circolo giovanile dei Luigini, gli odierni chierichetti, delle figlie di Maria e Madri Cristiane, e istituisce diverse funzioni religiose «di cui non si aveva idea: Mese di Maggio – Ottobre – Giugno, adorazione […] novene, meditazione quotidiana prima della messa». Incoraggia anche vocazioni religiose. Fonda l’Unione Popolare cattolica, maschile e femminile.

Don Pasquale è profondamente convinto che la dimensione religiosa della sua missione si inerva totalmente con la crescita sociale e civile di questa terra malarica e dei suoi parrocchiani, che paternamente chiama “figliani”. E’ questa la convinzione che lo induce ad impegnarsi in mille iniziative sociali e civili negli anni duri delle guerre ed in quelli del dopoguerra. Nel 1920 promuove una cooperativa dei consumi che, in epoca fascista, diventa “Lega Agricola”; durante le guerre mondiali istituisce un Segretariato Parrocchiale che si occupa dei parenti dei soldati in guerra, mantenendo costante contatto col Ministero della Guerra, con la Croce Rossa e la Segreteria di Stato Vaticano. Si informa dei soldati dispersi e prigionieri, preoccupandosi di fare avere assegni, sussidi, pensioni alle vedove, agli orfani di guerra, «e questo per non far cadere questa povera gente nelle mani rapaci di loschi speculatori, per rendere meno dolorosi i disastri provocati dalla guerra». Si batte per fare avere alla popolazione un mercato settimanale, la caserma dei carabinieri, l’asilo infantile, il medico condotto, la farmacia, la fontana con l’acqua potabile e la luce elettrica.

 Ma in cima ai suoi pensieri vi è anzitutto la lotta per l’autonomia comunale. Dedica il suo libro, «Dugenta negli antichi tempi ed al presente nella sua storia civile e religiosa. Ricordi e speranze», a quella giovane generazione di dugentesi che deve lavorare sempre compatta e senza mai stancarsi «nel Sacro intento e con ogni sforzo per l’autonomia Comunale» di quella terra «ubertosa e ricca» ma «vecchia schiava» e «misera cenerentola del Capoluogo Melizzano». Vede realizzata l’Autonomia nel 1956 e la celebra con in «Inno di Gioia».

Mentre ringrazio don Gennaro Barbieri che mi ha consentito la  consultazione della documentazione archivistica, ritengo opportuno, anzi doveroso, rivolgere un invito al Comitato per le Celebrazioni del Cinquantenario e all’Amministrazione comunale a fornire il contributo e l’attenzione necessaria per valorizzare e conservare questo importante Archivio, indispensabile per ricostruire una parte della memoria storica della nostra comunità

                                                                                                 Antonella Buzzo

(Da MOIFA' 42-Supplemento)


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