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Rubriche > PERSONAGGI ILLUSTRI > Il maestro Vincenzo Nicolella
Il maestro Vincenzo Nicolella
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 30/7/2012 (1063 Letture)

Il maestro Vincenzo Nicolella (Melizzano 1872- Dugenta 1940) è uno di quei tanti, spesso anonimi, "eroi per caso" o "eroi senza gloria" che ogni comunità, grande o piccola, annovera o dovrebbe annoverare nella sua ideale galleria di personaggi che hanno segnato la propria vita. Si tratta quasi sempre di figure e personalità dal profilo discreto, riservato, che nello svolgimento scrupoloso, metodico e costante del loro ruolo pubblico, ma anche di quello privato familiare, hanno inciso profondamente nella mentalità del loro tempo e, spesso, pure delle generazioni successive. Anche quando, per scarsa sensibilità istituzionale o per il prevalere assoluto della banalità del quotidiano, manca qualsiasi ricordo ufficiale o un pur minimo indizio dell'operato di tali personalità, nella mentalità collettiva resta sedimentato e profondo, non solo il ricordo ma anche il sentimento di rispetto, di gratitudine per questa sorta di benemeriti "eroi per caso" e perciò "senza gloria". Sono figure immortalate spesso dalla letteratura, perché caratterizzate appunto da una concezione e da una pratica della vita quotidiana e lavorativa operosa e silente, lontana da qualsiasi clamore, restia e  contraria al trionfalismo chiassoso di chi si sente chiamato dal destino a grandi imprese. Figure che, perciò, costituiscono un punto di riferimento, una saldissima certezza per l'intera comunità.
        Una tale scelta di vita è ancora più feconda e incisiva nella formazione della mentalità collettiva  quando essa è esplicitata nel delicato lavoro educativo di maestro elementare, come fu quella lunga e intensa vissuta, appunto, a Dugenta dal "maestro" Nicolella dal 1894 al 1940. Ancora oggi i pochi nostri anziani sopravvissuti che lo ebbero "maestro" elementare ricordano la sua premura educativa rigorosa e paterna, così come ricordano l'uso della grafia in corsivo inglese che egli insegnava  ai suoi allievi pretendendo anche che questi  la eseguissero con nettezza e precisione. E non si trattava solo di mera esercitazione di "bella calligrafia", come allora si diceva, perché è noto che una grafia netta e pulita  spesso è anche indizio di un intelletto  ordinato e lineare. Oggi, purtroppo, tale criterio è superato dai fatti, dai molteplici modi e strumenti di scrittura, ma non è certo superato il criterio di  educazione intellettuale che ispirava il "maestro" Nicolella. Quella sua passione educativa, "svolta con zelo ed amore", gli fece meritare già nel 1902, ancora giovanissimo, il diploma di Benemerito del Ministero della Pubblica Istruzione, al quale seguì nel 1913 la medaglia di bronzo.
         Ma ben altre sono le ragioni che collocano il nostro "maestro" in quella ideale galleria di "eroi per caso". Come l'arciprete don Pasquale De Rosa, rievocato già da Moifà, anche Nicolella ha speso tutte le sue energie intellettuali e umane per la comunità di Dugenta, nella quale consumò tutta la sua esistenza, spesso incontrando anche incomprensioni, avversioni, amarezze. E' opportuno, quindi,  oltre che  doveroso, ricordare questi "modesti" eroi, oggi che Dugenta si avvia a celebrare i 50 anni di autonomia comunale, perché una comunità che non ricorda i suoi benefattori, che non riconosce le sue radici feconde e non se ne alimenta,  non sedimenta la sua vita attorno a valori condivisi, non vivifica la memoria collettiva e, quindi, non ha futuro. Sicuramente, ad esempio, non solo i nostri ragazzi delle scuole elementari, ma anche tantissimi adulti, non sanno che la lapide in onore dei dugentesi caduti nella prima guerra mondiale fu ideata e voluta proprio da Nicolella e scoperta il 27 luglio 1921, "tra il plauso e la riconoscenza di tutti", come scrissero i giornali dell'epoca e come egli stesso, più tardi, nel 1928, ricordò al Prefetto.  
        Maestro elementare a Dugenta sin dal  1894, ad appena 22 anni di età, nel 1899 venne nominato anche responsabile della sezione municipale e Cancelliere della Conciliazione. Di mattina a scuola e di pomeriggio al Municipio, come ricorda ancora qualche dugentese. Dugenta, allora frazione di Melizzano, soffriva molto di questa sua condizione subalterna, aggravata dalla mancanza di collegamenti col Comune capoluogo e, come emerge da altri documenti, dallo stato di abbandono e disinteresse in cui era tenuta. Pur disponendo della Stazione ferroviaria, di una agricoltura florida, di una instancabile  laboriosità dei suoi contadini e braccianti, non aveva, però, energie intellettuali e consapevole passione civile capaci di affrontare e sostenere l'affrancamento da quella condizione di dipendenza. Nicolella interpretò con viva sensibilità questo stato di sordo malumore, anzi di umiliazione e di sfruttamento, molto vivo tra la popolazione. E questa sua operosa attenzione ai problemi di Dugenta  incontrò e incrociò la volontà tenace e battagliera di don Pasquale De Rosa che,  a sua volta, orientò gran parte della sua missione religiosa, educativa e civile, anche alla realizzazione del riscatto di Dugenta da Melizzano. Lo stesso Nicolella scrive: "attesi con tanta passione ai miei doveri di impiegato  dello Stato civile e della Conciliazione da meritare il plauso delle Autorità e la stima del pubblico che quasi dimenticò di essere una frazione e non ha più sentito il bisogno di far capo a Melizzano". "La dignità" con la quale svolgeva il suo ruolo e "la sensibilità" per i problemi della comunità, anzi, lo spinsero  durante la grande guerra  a prestare la sua opera " con l'assistenza assidua e premurosa a pro delle famiglie dei combattenti".
     Ma ecco la sua colpa, anche grave: "Nicolella non è iscritto al partito nazionale fascista".
Il 12 dicembre 1933 il gerarca fascista Attilio Nachera,  Console Comandante della 143° Legione della Milizia Volontaria, chiede al prefetto e al podestà di Melizzano,  l'allontanamento di Nicolella dal lavoro di impiegato delle Stato civile perché " non risulta iscritto al fascio". Al suo posto deve essere insediato "il capo squadra P.F." che la retorica di regime presenta come "fascista della marcia su Roma, membro della milizia sin dalla sua costituzione, decorato della croce di anzianità della milizia per compiuto decennio, in servizio permanente effettivo addetto all'ufficio premilitare legionale, fornito di ottima cultura letteraria, solerte, volenteroso, disciplinato". La mancanza di documenti non permette, per ora, di seguire analiticamente gli sviluppi della questione. Nonostante la iattanza della pretesa del  console Nachera, che oggi ci fa sorridere ma che allora doveva incutere timori e tremori, il famoso "capo squadra", "fascista della prima ora", non dovette spuntarla  affatto se ancora nel 1948, insieme ad altro camerata, P. F. fu Paolo, anch'egli di Dugenta, ritornava a reclamare quel posto che il "maestro" Nicolella, padre di undici figli, morto nel 1940, aveva tenuto, dignitosamente, invece, fino al pensionamento. 
      Va rilevato, intanto, che nella richiesta del 1948, rivolta ora a Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica e a De Gasperi Presidente del Consiglio, l'ormai anziano "capo squadra fascista" non esibisce più i meriti fascisti, anzi vuole farli  ignorare del tutto. Ora a suo merito invoca solo le "sofferenze e i dolori materiali e morali di chi tutto ha dato per la Patria senza nulla chiedere e che ora un tragico destino ha buttato nella più squallida miseria". Nel mutato clima politico e istituzionale italiano il "solerte e disciplinato" "capo squadra" si appella ora  al "tragico destino" della Patria presentato come causa della sua sventura personale. Si presenta  al tempo stesso, perciò, come  eroe e vittima del destino: nella richiesta del 1933 è l'eroe fascista della prima ora, partecipe  della marcia su Roma,  chiamato da un  destino glorioso  a costruire l'Italia fascista e imperiale. E perciò é da premiare, preferendolo a chi fascista non era mai stato, né sentiva alcun bisogno di diventarlo;  nel 1948, invece, si presenta  vittima di un opposto destino, avverso e impetuoso, che ha travolto anche la Patria.
     Ben diversa l'eroicità quotidiana, ispirata a convincimenti morali e civili, ragionata e metodica, così come ben diverse sono la "solerzia" sostanziosa e invisibile, e l'autodisciplina  del "maestro" senza tessera fascista che educa con amore e zelo le menti di diverse generazioni di dugentesi, che raccoglie e venera la memoria dei caduti nella grande guerra, che assiste con  premura assidua le famiglie dei combattenti. Un eroismo umile, alieno da ogni retorica, che concretamente ripara i sogni avventurosi e guasti degli eroismi squadristici, che educa alle virtù civili, al lavoro quotidiano, ai valori della famiglia e della Patria.
     Di tante microstorie simili, piccole ma non secondarie rispetto a quelle cosiddette grandi, è costituita tutta la  fittissima trama di relazioni e di quelle invisibili fondamenta morali che reggono una comunità  e le consentono di vivere di vita propria. E' questo è il motivo che spinge Moifà a farle conoscere e a proporle alla riflessione collettiva.

Antonio Gisondi


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