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Rubriche > CHIESE E CASTELLI nelle Terre dei Gambacorta > La Collegiata del Corpo di Cristo di Frasso
La Collegiata del Corpo di Cristo di Frasso
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 10/12/2012 (1768 Letture)

Molti Frassesi non sanno che, dove attualmente sorge l’oratorio di Santa Giuliana, fino al 1968 si ergeva una bella chiesa cinquecentesca, la Collegiata del Corpo di Cristo, chiamata così perché era officiata da un gruppo (“Collegio”) di sacerdoti frassesi, i Canonici,  (una trentina nei momenti di maggiore splendore). La Chiesa era di proprietà del Comune (tuttora proprietario dei beni artistici un tempo in essa custoditi), che stipendiava anche i Canonici, i cui proventi venivano integrati dalle rendite provenienti dai numerosi beni della Collegiata. Questa per più di quattro secoli ha costituito un polo importantissimo della vita religiosa, economica e culturale frassese.

Nel secolo scorso i nostri concittadini hanno smarrito la consapevolezza del valore di questa importante istituzione/monumento e nel 1968 hanno assistito con indifferenza alla sua distruzione. Così mi riferiva don Pasquale Della Peruta - al quale i frassesi sono debitori della costruzione della nuova chiesa di Santa Giuliana e, per quasi tutti gli anni ’60, di un periodo fervido e vivace della loro vicenda religiosa –, aggiungendo che, tutto sommato, non si trattò di una grande perdita per il paese, poiché l’opera era di valore modesto.

Leggendo  le pagine della “Descrizione materiale della Chiesa Collegiata di Frasso” (custodita nell’Archivio parrocchiale di s. Giuliana) scritte con dovizia di dati e con grande passione, da un Canonico dell’Ottocento (molto probabilmente don Pietro Fusco), si ha, invece,  l’impressione opposta, confermata dalle poche foto e da quanto ci resta di quell’insigne monumento frassese, nel quale, oltre ai resti mortali di molti nostri antenati (di cui fu fatto scempio nella distruzione dell’edificio sacro), erano custodite memorie importantissime della vita frassese dal Cinquecento al Novecento.

In effetti, l’estinzione del Capitolo (non attivo da diversi anni, quando nel 1967 muore l’ultimo canonico, don Achille De Amicis), per carenza di vocazioni e per  le disastrose conseguenze delle leggi sulla soppressione dei beni ecclesiastici, emanate nel 1863 dal nuovo Regno d’Italia, di fatto ha reso la Collegiata marginale rispetto alla vita religiosa frassese (all’inizio degli anni Sessanta vi si celebravano soltanto i funerali e la Messa festiva delle 11,30, ‘a Messa reta, cui partecipavano “i signori” e gli sposi novelli alla loro prima uscita). Tale estinzione ha, inoltre,  privato il paese della propria memoria storica, costituita in gran parte da quel gruppo di preti, tutti rigorosamente frassesi, custodi della Chiesa, ma anche di quanto essa rappresentava per la nostra comunità. Ritengo che la situazione sia stata aggravata dai parroci di santa Giuliana, dal 1917 tutti non frassesi e quindi inconsapevoli e indifferenti verso la storia locale, cui rimase affidata la Collegiata, che anche senza volerlo hanno trasmesso ai parrocchiani tale loro atteggiamento di indifferenza e di scarsa considerazione per la Collegiata e per i valori che rappresentava. In proposito, il compianto Generale Michele Di Cerbo mi raccontava   che, accingendosi a scrivere il volume “In volo su Frasso Telesino”, chiese all’Arciprete Alfredo D’Addio di poter consultare l’archivio di Santa Giuliana (e della Collegiata del Corpo di Cristo) - allora molto più  ricco di oggi di documenti sulla storia di Frasso - ottenendo la risposta (infastidita e forse dettata dalla scarsa conoscenza del patrimonio archivistico della sua parrocchia): “Non c’è niente”, che gli impedì di documentarsi su importanti aspetti della storia religiosa frassese e di farli conoscere ai compaesani.  

Dopo questa lunga premessa, vorrei presentare la Collegiata del Corpo di Cristo, una Chiesa la cui costruzione fu avviata nel 1550 e terminata nel 1582 (data riportata un tempo sul portale principale). Nel 1717  Mons. Filippo Albini – uno dei migliori vescovi di Sant’Agata de’ Goti – le conferisce il titolo di Collegiata che nel 1895 viene mutato in quello di “insigne Collegiata”, perché si trattava di una delle più antiche della Diocesi. Come è stato detto, nel 1968 viene rasa al suolo, non da eventi naturali o bellici (che l’hanno lasciata indenne), ma dalla volontà degli ignari (ignoranti?) Frassesi.

Come tutte le Chiese di Frasso, che per secoli  ha avuto una popolazione molto inferiore all’attuale, non era molto grande. Misurava 29 metri di lunghezza e 18 di larghezza. Era a croce latina ed a tre navate, con un’ampia “abside”, dove era collocato il coro dei Canonici. Grazie alla descrizione di don Pietro Fusco (dalla quale sono attinte tutte le citazioni seguenti), ad alcune foto degli anni Sessanta, a preziose notizie fornite dal Maestro Andrea Della Selva ed all’opera paziente della Signorina  Geom. Patrizia D’Amico, siamo riusciti a ricostruirne la pianta.

Si entrava nella Chiesa da via San Rocco, attraverso due porte, una centrale - che dava su di un piccolo sagrato cui si accedeva attraverso due scale laterali, una di otto gradini e l’altra (quella verso s. Giuliana) di due o tre – ed una laterale, a livello della strada (che è in discesa), da cui si entrava direttamente nell’ultima cappella della navata di destra, che negli ultimi decenni ospitava, in inverno, la statua di S. Michele.

L’aula centrale della Chiesa, piuttosto ampia era a tetto, coperto di una grande tela, sulla quale era dipinta l’Ultima Cena. A proposito di questa tela, mi è stato detto che nel clima di  smobilitazione conseguente all’abbattimento della Chiesa, il parroco del tempo la “regalò” ad un muratore dicendogli: “Fatti qualcosa di soldi”.

In mezzo alla navata c’erano quattro sepolture “fatte per comodo de’ cittadini, e si pagano per ciascun cittadino defunto carlini due”.

In fondo alla navata centrale, ma prima della balaustra, c’erano “due altari padronali”, a destra quello della Famiglia Canelli, che lo possedeva dal 1580, con l’antistante sepoltura padronale, chiusa nel 1837, in tempo di colera. Sull’altare c’era un quadro dell’Immacolata Concezione con corona d’argento, realizzato nel 1753 ad opera del Maestro Lucantonio D’Onofrio di Solopaca, su commissione di Donna Teresa Caracciolo, principessa di san Giorgio. Tra la fine del secolo XIX e la prima metà del XX, tale quadro era stato sostituito da un altro del Cuore Immacolato di Maria . A sinistra si trovava invece l’Altare di giuspadronato della Famiglia Rainone, con un quadro della Pietà (sostituito dopo il 1860 da un quadro del Sacro Cuore di Gesù). Nel muro accanto all’altare vi era una nicchia con la statua di Santa Filomena (attualmente nel deposito della casa canonica di santa Giuliana) “ricca di moltissime oblazioni d’oro e d’argento, porzione delle quali nell’anno 1853, giorno dell’Epifania, fu rubata senza potersi conoscere il sacrilego ladro”. Si tratta di una statua del 1839, realizzata con la cooperazione di “Donna Dorotea Picone, figlia di don Carlo”.

Superando la balaustra in ferro battuto, pregiata opera artigianale, si giungeva nel transetto, coperto al centro da una cupola, sotto la quale si trovava l’altare maggiore. Sulla destra vi era  la Cappella del SS.mo Rosario, a lamia.  In questa Cappella del Rosario evvi un quadro, dove si vede dipinta la Madonna del Rosario, San Domenico e Santa Caterina da Siena, ed intorno vi sono tutti i Misteri della Passione di Nostro Signore

Ai  lati dell’Altare del Rosario, c’erano - dentro le rispettive nicchie - la statua di  san Domenico (attualmente nel deposito della canonica di s.Giuliana) e quella di santa Lucia (attualmente nella Chiesa di santa Giuliana, dopo un discutibile restauro). Sul lato sinistro di detta cappella si trovava invece una bella statua della Madonna del Rosario,  “fatta dai Canonici nell’anno 1747. con mandare in Napoli il Canonico Don Gregorio Calandra, raccomandato con una lettera del Canonico Don Nicola Canelli alli SS. RR. D. Gaetano e don Nicola Ranucci, extra l’abito, corone ed altro costò ducati 150, e si espose la prima volta alla venerazione la prima domenica di novembre del detto anno 1747”.

Questa Cappella era curata dalla Congregazione del Rosario (benemerita istituzione religioso-caritativa frassese), “che  fu eretta il Frasso il 20 febbraio 1574 a petizione del Rev.do Don Francesco Grasso  e degli Magnifici Andrea  ed Antonio Grasso, come si rileva dalla Bolla del Commissario Generale Mons. Salvio, corroborata dal Regio assenso, questa si conserva in Archivio”.  (Questo importante e prezioso documento nello sfascio generale conseguente all’abbattimento della Chiesa, fu fortunosamente recuperata tra materiali vari dall’Arch. Giuseppe Lala, mentre stava per essere gettata, insieme a tanti altri documenti, ossa di morti e suppellettili liturgiche varie, nella discarica della Fontana del Soldato).

In questa Cappella c’era il Santissimo Sacramento. “Ogni anno evvi la devozione di esporlo nell’Ottavario del Corpus Domini, questa devozione fu introdotta l’anno 1733, a petizione del Canonico Don Carlo Gisondi, e gli Eletti di quel tempo  si compiacquero dare la cera”.

Sul lato destro della Cappella del Rosario, dove c’era anche un piccolo quadro a tela dell’Arcangelo Raffaele,  nel secolo XX fu collocata, in una teca di legno, una statua di Santa Teresina del Bambin Gesù (ora forse nel deposito della canonica di santa Giuliana).

Dalla Cappella del Rosario si passava attraverso un arco (sulle cui pareti c’era una nicchia con un ricchissimo Reliquiario ed “uno stipone”) alla cappella di Sant’Antonio di Padova “anche a lamia, dove l’altare è tutto di marmo, ben formato e fatto fare dal Canonico Don Giovanni Cusani col supero della Cappella di detto Santo, dopo celebrata la sua festività. Sopra detto Altare è situata una nicchia tutta indorata, entro di cui posa la statua di detto Santo Padovano (attualmente nella Chiesa di s. Giuliana), … costò ducati cinquanta con tutto il trasporto e giunse a Frasso a dì 8 giugno 1739. In questa Cappella si suole fare ogni anno la tredicina avanti la festività del Santo colla esposizione del venerabile; le cere però si passano dal Comune, e cioè carlini trenta per esse cere e fu introdotta dal Prefetto dei Canonici l’anno 1754.

Da questa si passava alla Cappella di Sant’Alfonso, anche a lamia, dove prima vi era stato il quadro di detto Santo… [e] oggi si vede una nicchia  con dentro la statua di detto Santo  de’ Liguori (attualmente nella Chiesa di s. Giuliana), formata l’anno 1840 e costò ducati sedici, oltre al vestiario, la mitria fu dono del Sig. Don Pietro Picone di Frasso. (In questa Cappella suole farsi ogni anno il sepolcro, il qual fu fatto anco nell’anno 1843. Ed eccone il notamento: Tela del sepolcro: canne, 24 (carlini) e stampa  12; per la piramide di legno,  2,00; per fattura di essa piramide,  3,00; per chiodi un rotolo e mezzo  0,80; per colori olio di lino e vernice per tingere detta piramide 1,20; Monumento, Angelo, scatola e trasporto, 5,40; faro, vite, fattura ed altro per l’Angelo, 1,00; Scanni per detto sepolcro, 1,00; palmi sei di tavole pel sepolcro a carlini dodici la canna, 0,90; scalinata pel sepolcro, una canna, chiodi e fattura, 3,00. Totale, 30, 60)”.

Alla fine della navata destra c’era la “Cappella di diritto patronato dei Signori Canelli di sotto, costruita parimenti a lamia sotto il titolo della santissima Annunziata, eretta nell’anno 1774.

Vi era ivi una sepoltura formata, e scavata a spese dei detti Canelli per esservi seppelliti quelli della loro famiglia. Fu chiusa, in seguito al  colera, nel 1838.

Tale cappella immetteva sulla strada, attraverso la porta secondaria. Era circondata da una cancellata di ferro. Come abbiamo ricordato, qui veniva “ospitata”, nei mesi invernali, la statua di san Michele, di proprietà del Comune come la Collegiata e la Cappella montana del santo.

Sotto la cupola, ma non al centro, dove c’era la tomba dei cappellani, fatta costruire nell’anno 1689 dal Rev.do don Giovanni Gisonna e Don Giovanni Picone, si trovava, spostato verso l’abside, l’Altare Maggioreformato di pietre marmoree, cavate nel tenimento di Frasso, nel luogo detto Erba Bianca, e travagliato dall’Artefice Maestro Alessio Meoli di Vitulano, l’anno 1716. Vi concorse alla costruzione di esso anche un certo Maestro Alessio Russo, costò ducati 160. Tale altare, che fu consacrato da Mons. Albini il 20 ottobre 1716, era sormontato da un arco stuccato, del 1710, opera del Maestro Giovanni Manco, cui furono dati ducati 52,20 anche per aver ornato di stucchi l’arco maggiore (quello che concludeva l’aula centrale) e la Cappella del Crocifisso.

Dietro l’altare maggiore era situato il Coro dei Canonici, in legno di noce, intagliato, realizzato nel 1750, dal M° Domenico Nazzaro di Montesarchio. In fondo all’abside, sotto un ampio finestrone vi era un quadro, “rappresentante il crocifisso con due angeli in atto di venerazione, formato sopra tre tavole di legno ben compatte  tra loro e segna l’anno 1626” (Dai miei ricordi, però, mi sembra che si trattasse di una grande tela e che il soggetto non fosse il  Crocifisso, ma un Gesù risorto – appoggiato alla croce? -  con alla destra e alla sinistra due personaggi. Non sono in grado di dire se si tratta dello stesso quadro descritto dal Fusco, o di un altro che lo sostituì in seguito).

Dal Coro, per una porticina situata sulla destra si accedeva al Campanile,fatto con carità dei cittadini di Frasso, e per la costruzione di esso ancora la Principessa della Città di Troja  vi pose ducati 75, nell’anno  1704 pagati dall’Università di Frasso… In esso campanile vi è situata la Campana del Rosario, questa fu presa  di nuovo nell’anno 1817 e costò ducati 48 …. Evvi ancora la campanella così detta dell’Ufficio per convocare i Canonici , e quella detta di S. Antonio di Vienna, la quale fu benedetta l’anno 1706, a 13 giugno dall’Ill.mo Mons. Filippo Albini Beneventano, Vescovo di Sant’Agata de’Goti”.  

A destra dell’Altare Maggiore, dalla parte opposta a quella del Rosario, vi era la Cappella del Crocifisso, “a lamia. Sopra l’Altare di detta Cappella si vede una nicchia dove sta situato un Crocifisso di rilievo donato dal fu Notar D. Marco Brancone l’anno 1670 a 23 gennaio. La Nicchia è riparata da lastre. Sopra di essa si osserva un baldacchino di legno indorato e ben formato con una coperta di damasco , ed a fianco due angeli di cartapesta (fino a poco tempo fa uno si trovava nel deposito della canonica di S. Giuliana)...  Il Crocefisso fu fatto a Napoli coll’assistenza del Padre Fra Paolo da Frasso dei PP Zoccolanti, e figlio del Notaio Don Marco. Il costo di esso col trasporto fu di ducati cinquanta. Prima di detto Crocifisso vi era in detta Cappella un quadro colla immagine del medesimo e si conserva nella Chiesa di S. Maria del Soccorso, dove non saprei se più vi esitesse. Al fianco dell’Altare del Crocifisso vi si scorge un’altra Nicchia, dove vedesi situata una bellissima statua di Maria Addolorata (secondo l’ins. Andrea Della Selva non è quella che attualmente si trova nella Chiesa di Santa Giuliana). Si veggono ancora in detta Cappella quattro piccoli quadri incastrati nel muro, rappresentanti quattro parti della Passione di Gesù Cristo (che fine hanno fatto?). Si vede pur anche in detta Cappella una sepoltura dove si seppelliscono i Canonici e Sacerdoti…defunti”.

E’ strano che l’estensore della citata Descrizione, così prodigo di particolari, di date e di notizie nel riferire sulla Collegiata del Corpo di Cristo, ci fornisca questa scarna informazione sul Crocifisso del Brancone, che nella considerazione sua e del suo tempo appare molto meno importante del quadro del Rosario.

Ci dice, inoltre, senza ombra di dubbio che fu fatto a Napoli, fornendoci particolari precisi. Da dove deriva, allora, il racconto sulla sua realizzazione “a Venezia” dal quale sarebbe stato portato “a spalla” fino a Frasso dallo stesso Notaio Brancone?

Tale tradizione è riportata dal teologo Iannucci nel suo libretto “Rimembranze storiche sulla Vergine di Campanile…”, (nella ristampa del 1947, a cura del Consiglio di Amministrazione del Pio Istituto Gamabacorta,  a p. 37), ma questo opuscolo è scritto nel 1898, a più di 200 anni dai fatti narrati e, finora,  non trova riscontro né nella carte dell’Archivio di Santa Giuliana, né in quelle dell’Archivio storico diocesano di Sant’Agata dei Goti. Inoltre, da quanto sappiamo dai documenti, il Notaio Marco Brancone non pare fosse un depravato, dal momento che era stato scelto come suo Notaio di fiducia dalla pia Giulia Gambacorta, la cui donazione fu molto contrastata dal Principe Scipione, uomo avido e senza scrupoli, ma temuto e appoggiato dai frassesi del tempo. Da questo episodio è lecito dedurre che Brancone fosse anche un uomo capace di sfidare i potenti per difendere la causa dei poveri e dei deboli. E poi aveva un figlio,  Fra’ Paolo, membro di un Ordine religioso rigoroso e molto spirituale.

Ma quanto riferito dal teologo Iannucci rappresenta, forse, un racconto popolare edificante nato, a molti anni di distanza dai fatti realmente accaduti,  con lo scopo di suscitare nei frassesi sentimenti di devozione verso Cristo Crocifisso e propositi di conversione. Tale ipotesi sarebbe suffragata dal tipo di venerazione tributata dai nostri compaesani a quella bella immagine secentesca, che, a memoria d’uomo, ha costituito sempre per i Frassesi un forte richiamo alla penitenza, alla spiritualità senza fronzoli e un segno di speranza in tempo di calamità (pestilenze, siccità prolungate, alluvioni…). Infatti soltanto in queste difficili circostanze veniva eccezionalmente portato in processione.  Invece, nessun fondamento storico e antropologico, né alcun rapporto con la tradizione religiosa frassese hanno il collegamento con i Giubilei e le feste civili in onore del Crocifisso del Brancone, che costituiscono una novità discutibile, soprattutto se collegata con il fatto che tali feste vengono proposte mentre tutta la Chiesa Cattolica (e, con antichissima tradizione, la nostra Diocesi) celebra solennemente la festa dell’Assunzione della Madre di Dio e che Frasso ha dato i natali ad Alfonso Maria Jannucci, uno dei più importanti teologi di tale Dogma mariano.

Da questa Cappella, si entrava in Sagrestia (che prima della distruzione aveva anche una porta che immetteva direttamente nel Coro) “pure a lamia,  dove si veggono ventinove cassette … ordinate fatte da Mastri …… fratelli, Norelli e Nicolella , tutte di tavole di pioppo … costarono ducati trentasette. Le serrature al N. di trenta fatte da Mastro Pietro Massari costarono ducati quattro”.  Vi si vede anche la fonte  e la pietra dove cade l’acqua del lavatorio, formata da Mastro Onofrio PotenteDippiù vi si vede la tabella degli anniversari, e quella dei canonici defunti e finalmente quella dove stanno annotati li Canonici vivi, e costò carlini venti, fatta nell’anno 1752. Il bancone dove si vestono e si spogliano i Canonici Sacerdoti, fu fatto pure per ordine di Monsignor Albini, e costò ducati 42,30…. Si vede in ultimo l’Archivio del Collegio, per dove prima si entrava in coro (porta successivamente ripristinata, spostando l’Archivio in alcune cassette vuote dei Canonici, n.d.r.)”.

Di fronte alla porta della sagrestia si trovava il sepolcro del Venerabile servo di Dio P. D. Urbano De Stadio, un monaco di Montevergine che, venuto a Frasso per predicare una missione, vi morì il 22 aprile 1704, in concetto di santità e tra l’universale compianto.

Non so che fine abbiano fatte le ossa, ma la lapide, di bella fattura, commissionata dalle Autorità Comunali frassesi del tempo, dopo un lungo abbandono nel deposito della canonica di Santa Giuliana, fu collocata in chiesa vicino alla porta dalla quale si va nell’ufficio parrocchiale e da qui  nel locale dove attualmente c’è il presepe.

Sempre di fronte alla porta della sagrestia, ma mi pare sopra la lapide, dall’inizio del Novecento fu collocato il quadro della Maddalena penitente, del pittore frassese Cosimo Jannucci, attualmente nella Chiesa di Santa Giuliana.

Nel muro dell’arco che dalla Cappella del Crocifisso si passava alla successiva, c’era una nicchia con l’Ecce Homo e di fronte uno stipone dove di conservava la biancheria della Chiesa.

Seguiva la Cappella del Purgatorio. E’ questa formata anche a lamia. Sull’altare di detta Cappella evvi un bel quadro rappresentante (la Madre di Dio delle Grazie) Santa Maria delle Grazie sotto la quale Vergine si veggono delle Anime Purganti in belli e commoventi atteggiamenti, fatto fare da un certo Maestro Marco Canelli l’anno 1683, siccome si legge sotto il detto quadro. Per le quali anime purganti in ogni lunedì dell’anno, si porta dai Signori Canonici un Notturno letto ed una Messa cantata, e ciò con la elemosina che si fa in ogni Domenica  e giorno settimo dell’anno. Come pure la Novena prima della festività dei morti, ed il Comune vi pone la cera per la stessa”.

Dopo di questa, c’era la Cappella di tutti i Santi, “di proprietà del Collegio. Sopra l’Altare di questa vi si scorge un quadro di tutti i santi dipinto da Giuseppe Antonio Agnone di Frasso. Innanzi a detto altare vi era pur anche una sepoltura, questa sola era gentilizia del Sig. Don Cesare Calandra, i suoi eredi, e successori e fu abbattuta nell’anno 1838 in occasione del colera

Ultima cappella della navata di sinistra era quella di S. Antonio Abate (o S. Antonio di Vienna), con un bellissimo quadro antico che rappresenta il Santo…Era di diritto padronato delle Famiglie Iannucci, Riccardi e Malgieri.

Infine la Collegiata aveva sulla porta d’ingresso principale un importante organo a mantice, costruito da Don Donato Abate di Airola pel prezzo di ducati centocinquanta l’anno 1747, oltre la stanza da letto (cioè l’alloggio durante i lavori). Fu completato il 18 gennaio 1749, con la collaborazione dei falegnami frassesi  Nauriello e Nicolella, coll’assistenza di Mastro Paolo Nicolella inabile alla fatica per la sua avanzata età…. Nel mese di ottobre 1755 fu fatta la scalinata a detto organo, si fece la cassa sopra lo stesso con tavole di pioppo ed accomodato l’antiporto pel prezzo di ducati sei. In detto anno 1755, furono pittate la cappella con tutto l’armadio, l’orchestra, la scalinata ed antiporta da Carlo Marsicano  della Città di Airola per ducati tredici il tutto a spese del pittore, oltre l’abitazione e letto che costò carlini tredici.

Questa sommaria descrizione della Collegiata del Corpo di Cristo, in attesa che venga fatta un’adeguata pubblicazione, ci fa capire quale grande perdita sia stata per Frasso la sua inspiegabile demolizione e con quale cura vada custodito il nostro patrimonio culturale. Ma dalle notizie contenute nel manoscritto del Can. Fusco risulta evidente come il recupero di ogni tassello della nostra memoria collettiva sia utile per ricostruire la nostra identità, unica garanzia del nostro futuro. 

V. Di Cerbo


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