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La valigia di cartone/1
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 13/4/2013 (920 Letture)

L’Italia del secondo dopoguerra era impegnata nel difficile compito della ricostruzione, un processo lungo e faticoso che riguardava tutti gli aspetti della vita nazionale: da quello politico-istituzionale a quello economico. I primi interventi di risanamento portavano la firma del Governo De Gasperi ed erano rivolte al rilancio industriale nel Nord Italia e all’incentivazione degli investimenti per il Meridione con l’istituzione della “Cassa per il Mezzogiorno”. Gli effetti della politica di liberismo economico si videro solo negli anni che vanno dal 1958-’60, periodo in cui la Nazione visse quello che storicamente è definito il “miracolo economico”. La creazione di nuove imprese (concentrate intorno alle grandi aree metropolitane) determinò una grande richiesta di manodopera (a basso costo!), che favorì lo spopolamento delle campagne.

Frasso Telesino, paese a prevalenza agricola, non fu esonerato in quegli anni dal fenomeno migratorio. Tantissimi i giovani frassesi - e in alcuni casi addirittura poco più che adolescenti -che abbandonarono le proprie case, le proprie terre improduttive, per riversarsi a fiumi nelle grandi città industriali del Nord e verso mète europee, varcando le barrire doganali della Svizzera, della Francia, del Belgio, della Germania.

Con sé, quei giovani portavano solo quel poco che potevano raccogliere in una piccola valigia di cartone legata con lo spago e, tutta l’inesperienza  di chi non è mai uscito dalla “propria casa”. Molti sono tornati dopo aver accumulato un piccolo “gruzzolo” da investire nel proprio paese, molti altri hanno trovato all’estero un  rifugio stabile, tanti tornando hanno lasciato oltre i confini, la salute, i figli, una gioventù negata nella propria terra.

Il nostro viaggio parte con coloro che sono emigrati  in Svizzera. La richiesta di manodopera nel paese Elvetico riguardava soprattutto i settori dell’edilizia, della ristorazione, delle infrastrutture (costruzione di strade), tessile e metallurgico.I nostri ragazzi, partivano con in tasca dei permessi stagionali, o in alcuni casi essendo minorenni, con dei contratti di apprendistato.

Per iniziare il nostro lavoro abbiamo raccolto la testimonianza del signor Giuseppe Di Lorenzo, perché persona molto conosciuta a Frasso, essendo titolare del noto Panificio “Il Fornaio di corte”.

Sono partito da Frasso il I° Maggio 1963, all’età di sedici anni, per recarmi a Locarno (Ticino), dove mi aspettava mio zio Generoso Viscusi. Sono partito da Frasso perché partire allora era una necessità! Per tre anni ho fatto un corso di apprendistato come pasticciere e panettiere, ho frequentato corsi professionali e la scuola di “Arti e Mestieri” a Bellinzona, nel frattempo, chiaramente, lavoravo.

Le difficoltà maggiori le ho vissute nei primi anni soprattutto perché mi sono ritrovato a vivere in un ambiente nuovo, con mentalità differente. Il 21 Gennaio 1973 mi sono sposato e mia moglie Angela De Nunzio, mi ha seguito in Svizzera. Nel Maggio del 1976 è nato nostro figlio Giammauro. Devo dire che la vita trascorreva serenamente, avevamo molti amici, con molti dei quali siamo tuttora in contatto, ma il desiderio di tornare a Frasso era tanto, soprattutto perché sentivamo il bisogno di ritrovare il calore familiare dei genitori. La decisione è maturata il 5 Ottobre 1976. Tornati a Frasso abbiamo aperto il nostro panificio con il quale diamo lavoro anche ad alcunii giovani frassesi; abbiamo costruito la nostra casa e nel 1986 abbiamo ingrandito la famiglia con la nascita di Mariana. Devo ammettere però che subito dopo essere ritornato a Frasso, la delusione è stata tanta. Frasso non era più quello che avevamo lasciato, o forse solo immaginato di trovare. Nel nostro paese molto spesso l’invidia verso chi si è costruito con sacrificio il proprio avvenire prende il sopravvento sul rispetto di quanto sia costato realizzare quanto abbiamo.

Se dovessi tornare indietro, forse non sceglierei più di tornare, perché tutto sommato, in Svizzera, vivevamo bene e soprattutto perché così avremmo dato qualche opportunità in più ai nostri figli”.

Annalisa De Nunzio -Angelica M. Scioscia


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