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La valigia di cartone/2
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 3/5/2013 (738 Letture)

Continua il nostro viaggio con gli emigranti frassesi… Nel raccogliere queste testimonianze, le emozioni e gli spunti per riflettere sono tanti. Il rammarico di chi scrive è uno soltanto, quello di non riuscire a spiegare, fino in fondo, quanto dolore, quanti sorrisi amari, quanta auto ironia c’è in queste persone, quando raccontano le loro difficili esperienze all’estero.

Ricordiamo che stiamo parlando degli anni difficili di un Italia impegnata nella ricostruzione, di famiglie che vivevano di sola agricoltura e di giovani che probabilmente non avevano mai sconfinato oltre il proprio paese. Non esistevano televisioni, non si sapeva a cosa si andava incontro, quando con poveri bagagli legati con lo spago  salivano su un vaporoso treno della speranza.

Quella che raccontiamo questa volta è la vicenda del signor Luigi Napolitano e della sua famiglia, una storia che fa riflettere, oltre che sul lavoro duro, anche su quanto la vita di emigrante incidesse sulla serenità familiare, dato l’obbligo imposto ai  genitori di separarsi dai propri bambini, lasciati nel paese d’origine, perché illegale sarebbe stato per loro, condurli nei Paesi ospitanti.

Questa storia, ci fa conoscere anche la situazione degli alloggi che i nostri emigranti riuscivano a trovare, abitazioni precarie da condividere anche in dieci, dodici persone, in quartieri poveri.

L’Italia nel tempo si è trasformata da Paese di emigranti in Paese di immigranti e l’auspicio è che questi racconti facciano pensare ai nostri giovani, alle similitudini con chi oggi cerca, presso di noi, di affrancarsi dalla povertà, arrivando sulle nostre coste con il bagaglio della disperazione,:copiando Giannantonio Stella pensiamo a “quando gli albanesi eravamo noi”.

“Sono partito per la Svizzera nel 1956, ma già in precedenza ero stato a lavorare in Piemonte presso la tenuta di un agricoltore. In Svizzera avevo preso dimora a Berna, in tasca avevo un contratto a ore presso un cantiere edile, dove svolgevo la mansione di manovale. Si lavorava il più possibile, proprio perché venivamo pagati in base alle ore di lavoro e quindi la mia giornata lavorativa oscillava dalle nove, alle dodici ore.

Ho fatto il mio primo viaggio con un treno a vapore e non so descrivere la malinconia provata per la famiglia lasciata a Frasso e la  paura dettata dall’ incertezza, quando mi sono ritrovato  solo nella stazione di Berna.

 Mi sono  sposato, sempre nel 1956, con Maria Teresa Calvano e mia moglie mi ha seguito a Berna. Maria Teresa aveva trovato lavoro in una fabbrica di scatole per merce preziosa. La nostra abitazione era in via Langmauerweg in un appartamento in cui vivevano altre nove, dieci persone, noi avevamo la nostra stanza, ma la cucina e il bagno erano in comune. Nel nostro quartiere erano tutti Italiani, molti i frassesi e qualche Svizzero povero!

 Tutto quanto si guadagnava, veniva risparmiato per costruire la nostra casa a Frasso. Ricordo che sul cantiere i colleghi si portavano da casa qualche birra, io non avendo sufficiente moneta da spendere per non essere da meno, riempivo con il thè,  preparato a casa, le bottiglie di birra…mai nessuno se ne è accorto! Il sabato, al cantiere  non si lavorava, così io ne approfittavo per fare qualche lavoretto extra, ad esempio il giardiniere. Mi è capitato più di una volta di guadagnarmi delle televisioni da rimettere in funzione, cosa che io facevo per poi rivenderle.

Nel quartiere in cui abitavo, il sabato pomeriggio e la domenica organizzavamo dei tornei di bocce con i compaesani, gioco che il più delle volte veniva interrotto dall’arrivo dei poliziotti, chiamati da qualche Svizzero, indispettito dai nostri schiamazzi. Ma questo non ci impediva di ricominciare subito dopo: d’altronde era l’unico svago e noi non potevamo permetterci il biglietto per il campo di bocce comunale.

Nel 1958 è nata mia figlia Michelina, ma lei non poteva stare  con noi in Svizzera, la legge non lo permetteva, e così abbiamo dovuto affidarla alle Suore di Frasso. Anche  lei però ha avuto la sua buona dose di amarezza: la nostalgia per i genitori era tanta, ogni mattina si affacciava alla finestra ad aspettare l’autobus che si fermava, nella speranza di vedere scendere noi. Solo nel periodo estivo, chiuse le scuole, la conducevamo clandestinamente con noi a Berna. Lì però era costretta a rimanere chiusa in casa, anche se la sua vivacità non le impediva di uscirsene per fare qualche commissione anche alle altre famiglie italiane del quartiere (innaffiare qualche pianta, accudire qualche animale domestico) e guadagnarsi qualche soldino.

La costruzione della casa a Frasso è iniziata nel 1967.

Nel 1971 mia moglie è tornata in paese, mia figlia allora faceva la terza media. Il mio ritorno, invece, è avvenuto nel 1982 dopo venti anni di lavoro. Era usanza ogni anno, presso il cantiere in cui lavoravo, festeggiare e premiare gli operai con più anni di servizio allo stesso padrone. Il padrone regalava, in tale occasione, un orologio a pendolo. Anch’io prima di tornare a Frasso ne ho ricevuto uno, che conservo nel soggiorno.

Terminata la casa e ricongiunta la famiglia, sono tornato dopo qualche anno a trovare il mio datore di lavoro, ma mi è sembrato strano, quando lui mi ha chiesto “allora il lavoro?” rispondergli “Sono in ferie!”

Nel 2001, purtroppo il Signore ha chiamato a sé mia moglie, ora mi godo il frutto dei nostri tanti sacrifici, la casa, con mia figlia Lina”.

Alla domanda perché ha desiderato tornare a Frasso e non costruirsi un futuro a Berna, zi’ Luigi ha risposto: “ Frasci bello e chi te vo’ lassa!”

 

 Annalisa De Nunzio - Angelica Scioscia


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