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La valigia di cartone/4
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 29/5/2013 (909 Letture)

L’immigrazione straniera in Italia è iniziata particolarmente tardi e non ha ancora raggiunto le dimensioni di altri Paesi. La presenza degli stranieri è peraltro ormai visibile in quasi tutte le grandi e medie città, dove si sono creati insediamenti più o meno stabili costituiti da migrazioni provenienti in particolare dal Terzo Mondo e dalla Cina. Quel che prevale nel modo più netto fra gli immigrati stranieri in Italia è l’impiego improduttivo nel basso terziario (per di più in gran parte irregolare). Le attività più diffuse sono quelle legate al servizio domestico,all’edilizia, ai lavori stagionali nell’agricoltura.

Se con questo dato attuale ci immergiamo in un passato non troppo remoto, nelle nostre stazioni ferroviarie, nei porti, i Cinesi, i Senegalesi, gli Algerini, gli Albanesi assumono l’aspetto non di chi arriva, ma di chi parte, con un bagaglio improvvvisato, con la paura nel cuore di chi lascia la certezza degli stenti e della fame per cercare fortuna altrove: sono il popolo straordinario dei nostri emigrati. E’ con estremo rispetto e gratitudine che raccontiamo le loro storie, tutte diverse e tutte uguali se si pensa allo stato d’animo di queste persone, alle loro speranze, alle loro difficoltà.

Il racconto questa volta è di Iannucci Antonio, una storia simile alle altre che però si intreccia con quella di una tragedia che ha toccato un giovane frassese : Massaro Errico.

Non bisogna dimenticare, infatti, che per tanti che sono riusciti con stenti e sacrifici a ritornare a casa, ci sono anche coloro che non sono più tornati, strappati alla vita mentre inseguivano il sogno di  racimolare risparmi per comprare una casa o semplicemente dire basta alla miseria…

Iannucci Antonio: Sono partito nel 1954 per raggiungere una località piemontese dove avrei lavorato come contadino. Poi con un contratto stagionale in tasca sono andato in Svizzera, in un primo momento nel Cantone di Friburgo, successivamente a Berna, dove lavoravo nel ramo edilizio.

A Berna, nella stessa ditta, lavoravano circa altri venti frassesi. Del primo viaggio ricordo i treni scomodi, le visite mediche alla dogana, i contolli del visto stagionale senza il quale non si poteve entrare nella Nazione Helvetica… La visita medica, però, al ritorno in Italia non la facevano!

Riguardo alle condizioni di vita, erano molto simili a quella dei militari: si viveva tutti insieme in dei casermoni. Per accedere alla cucina o per avere la luce, si inseriva un gettone (un franco). Io ero abbastanza fortunato rispetto ad altri, perché avevo una casa dignitosa messa a disposizione dal padrone. Nel quartiere eravamo tutti noi… era una comunità di frassesi il rione Langmauerweg. Certo non era una bella vita, si faceveno tanti sacrifici anche perché il nostro unico pensiero era quello di racimolare il più possibile per tornare a casa. Ricordo che era consuetudine tornare a Frasso per la festa della Madonna di Campanile e per Natale.

Come ho detto, a Berna lavoravo per un impresa edile, la stessa presso cui lavorava Errico Massaro, un giovane che per un incidente sul cantiere ha perso la vita: una vera tragedia…un  ricordo troppo triste.

Io mi sono sposato nel 1952 con Calvano Alfonsina, nel 1953 è nato mio figlio Giovanni e nel 1954 ho comprato casa. Per poter incrementere il reddito,  anche mia moglie ha dovuto seguirmi in Svizzera, lei  lavorava presso un ospedale. Successivamente sono riuscito ad acquistare un terreno e sono tornato a Frasso nel ’67, dove mi sono realmente realizzato, anche perché qui ero a casa. La mia attività frassese riguardava l’acquisto e la vendita di ciliegie, gestivo il frantoio della famiglia Izzo, insomma mi impegnavo in varie attività.

Riteniamo a questo punto doveroso, integrare il racconto con la triste vicenda di Errico Massaro, per non dimenticare e serbare memoria idealmente attraverso lui, di tutti coloro che non sono tornati.

Massaro Errico, nato a Frasso Telesino nel Giugno del 1942 da Alfonso e da Giaquinto Maria Giuliana, era il secondo di sei figli.

A parlarci di questo ragazzo morto in prematura età è uno dei fratelli, Bruno Massaro.

Di Enrico io ricordo ben poco, perché avevo 3 anni quando è partito. Ciò che so, lo devo ai racconti di mia madre e a quelli dei miei fratelli più grandi.

Enrico aveva compiuto 18 anni a giugno ed era partito subito per la Svizzera, precisamente per Berna. Era sempre stato un suo desiderio, infatti già all’età di 16 anni cominciò a pensare di andare via da Frasso perché non c’erano molte possibilità economiche.

A Berna lavorava presso un cantiere edile e, stando a ciò che mamma mi raccontava, aveva già racimolato un bel gruzzoletto di danaro: si era comprato un bel vestito nuovo e una moto. Purtroppo il destino ha voluto che solo 3 mesi dopo tutto finisse in tragedia. Infatti in un pomeriggio di agosto, dopo una lunga giornata di lavoro, quando mancavano cinque minuti alla fine (erano le 16:55), Enrico nell’aiutare i colleghi a smontare il tavolame, fu colpito dietro alla nuca e morì all’istante.

Fu imbalsamato (in Svizzera c’è l’usanza, in alcuni casi, di mettere una sostanza cerosa ai defunti n.d.r.) e dopo 5-6 giorni fece ritorno a Frasso tra la disperazione della mia famiglia, ma soprattutto dei miei genitori che si sentivano colpevoli di non aver dato a questo figlio la possibilità di rimanere nel proprio paese.

Come ho detto prima, di mio fratello ricordo poco, una cosa però mi è chiara… il giorno che è arrivato, vedevo tutti piangere e io, senza conoscere il motivo, mi accodai alla loro disperazione” .

Ciao Errico e grazie per aver insegnato a noi giovani del benessere, cosa vuol dire sacrificarsi  per aiutare i propri genitori, per  un vestito nuovo e una moto…

 

 

                                                                                                              Angelica M. Scioscia  Annalisa De Nunzio

(Da Moifà 44)


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