Approfondimenti

Altre Sezioni

Accesso utenti

Nome utente:

Password:


Cerca nel Sito

Contatore visite

SmartSection is developed by The SmartFactory (http://www.smartfactory.ca), a division of INBOX Solutions (http://inboxinternational.com)
La valigia di cartone/6
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 3/7/2013 (894 Letture)

 Negli anni ’50, iniziò un forte flusso migratorio da Frasso verso la Svizzera. Si trattò di un fenomeno prevalentemente stagionale, che proseguì, con fasi alterne, per i due decenni seguenti e che fu molto importante per il nostro paese. Infatti, anche se a costo di enormi sacrifici, portò  contadini e artigiani a una migliore qualità della vita. Gli emigranti frassesi, infatti, gestendo i soldi guadagnati in una società sviluppata con la mentalità parsimoniosa della nostre zone, hanno potuto realizzare importanti obiettivi quali l’acquisto o la costruzione della casa (quante case nuove di Frasso sono frutto del sudore degli emigrati in Svizzera!), un migliore tenore di vita, l’avvio agli studi dei figli… Simbolo importante di questa svolta fu “l’ingresso” del bagno (con l’acqua corrente)  nelle case dei cittadini frassesi. 

Proseguendo nell’indagine sull’emigrazione frassese in Svizzera, raccolta dalla viva voce dei protagonisti, abbiamo intervistato una frassese che, a differenza di tanti compaesani che sono ritornati in Italia,  è rimasta nella Confederazione Elvetica, la signora Lidia Aceto, che vive  attualmente presso Zurigo.

 

Da quanto tempo è partita da Frasso? Quando è andata in Svizzera?

 

Appartengo ad una famiglia contadina di otto figli, 5 maschi e tre femmine. Sono la settima. I miei genitori si chiamavano Cosimo e Giovannina, erano due brave persone. Sono nata in Via Tuoro Vecchio, dove ho trascorso la mia infanzia, un’infanzia bellissima, anche se vissuta in un clima familiare rigido: la famiglia numerosa, la gestione del quotidiano e la mentalità del tempo, talora mi facevano sentire un numero e non lasciavano molto spazio alle mie esigenze affettive. Io poi ero la penultima e dovevo sottostare ai genitori ed ai fratelli più grandi. Mi è sempre rimasto il desiderio di farmi una lunga chiacchierata da sola con mia madre. Cosa che poi non è stata più possibile neppure quando, da grande, tornavo a casa perché ero sempre circondata da fratelli e nipoti.

Dopo la V elementare, il desiderio di studiare (a mia madre dicevo che non volevo niente, ma solo la possibilità di continuare gli studi) e forse quello di diventare suora, mi portarono a Torre del Greco, presso l’Istituto della Madonna del Buon Consiglio delle Suore Stimmatine, un ambiente molto severo, dove ho frequentato le Medie. Per l’esame di III media ci portarono a Firenze, alla Casa Madre, dove ho poi frequentato l’Istituto Magistrale e conseguito l’abilitazione magistrale.

Dopo il diploma - era il 1960 - sono tornata a Frasso. In quella estate, vennero a casa per le ferie mia sorella Angelina e il marito Carlo, uno svizzero che  veniva in paese per la prima volta per conoscere i miei genitori. Ricordo i preparativi  in casa per accoglierlo! In quei mesi, io stavo pensando al mio futuro. Loro mi dissero: “Perché non vieni con noi?”. Io risposi: “Sì, ma per studiare la lingua”. Mia madre non voleva che emigrassi. “Hai studiato!”, mi diceva, ma io Le rispondevo: “Vado a vedere. Voglio imparare il tedesco”. Mia madre era una donna saggia e prudente, molto apprezzata da quanti la conoscevano. Talvolta penso: “Se l’avessi ascoltata!”.

Approfittando del ritorno in Svizzera di mio fratello Umberto, che era lavoratore stagionale, anch’io  nel dicembre di quell’anno, presi il treno per la Svizzera. 24 ore di viaggio trascorse nell’anti-bagno di un treno stipato all’inverosimile e su di una pila di valige, dalla quale mio fratello mi aiutava a scendere per andare in bagno e, quando siamo giunti a destinazione, in Svizzera trovai un gelo incredibile!

 

Cosa fece appena arrivata in Svizzera? Che ambiente umano trovò?

 

Trascorsi i primi giorni a casa di mia sorella Angelina, ma subito dopo mi si presentò l’occasione di sostituire mia cognata Teresa, moglie di Umberto, presso una signora svizzera, proprietaria di un palazzo vicino all’Università di Zurigo, che lei affittava agli studenti. Ma io non li vedevo mai. Era una signora molto attaccata ai soldi. Oltre l’affitto, faceva pagare tutto: per accendere il gas della cucina o per farsi la doccia, bisognava pagare un franco, e pur avendo la  lavastoviglie, per economizzare, mi faceva lavare i piatti a mano. Quando mi mandava a fare la spesa mi contava i minuti. Aveva due bulldog. Un giorno, portandole la colazione a letto e vedendo che dormivano accanto a lei, mi spaventai e fuggii, facendo cadere il vassoio. Mi rimproverò e, siccome non avevo il permesso di soggiorno, minacciò di denunciarmi alla polizia e di farmi spedire in Italia (ma non fu solo quella volta). Per fortuna,  con lei vivevano la madre e la figlia (che è stata anche a Frasso, ospite di Umberto e Teresa, che ci tenevano, tra l’altro, a farle vedere che persone eravamo e come vivevamo) persone molto diverse. Io dormivo con la figlia e c’era tra noi un buon rapporto. E poi c’era mio fratello Umberto che era sempre disponibile per tanti piccoli servizi per la casa e che mi proteggeva.

Il comportamento della signora era comune a tanti svizzeri, che disprezzavano noi italiani e spesso si rifiutavano di affittare loro le abitazioni, perché dicevano che avevano i pidocchi! Per tale motivo, tanti immigrati, anche frassesi, hanno dovuto dormire talvolta  nelle cabine telefoniche a meno 20 gradi sotto zero!

Sono rimasta presso quella signora per tre mesi. Mi dette in tutto 250 franchi. Con questo mio primo stipendio comprai le posate inossidabili e le mandai a mia madre, quando a febbraio Umberto tornò in Italia.

 

Dopo questa prima esperienza, che lavoro ha fatto?

 

Lasciata la signora, andai ad abitare da mia sorella Angelina, che mi fece avere il permesso di lavoro, perché col matrimonio aveva ottenuto la cittadinanza svizzera. Ho potuto così essere assunta nella  fabbrica di cioccolato, caramelle e biscotti, dove lavoravano mia sorella ed il marito. Guadagnavo 1 franco e venti all’ora, ma cercavo di risparmiare: mi facevo a piedi il tragitto da casa al lavoro per non pagare il biglietto del bus (1 franco), ma mi sentivo in paradiso, anche perché mi potevo scialare di cioccolata, quella delle confezioni imperfette che veniva scartata; gli ambienti di lavoro, poi, erano riscaldati e noi operai ci potevamo fare anche la doccia calda (vantaggio non indifferente), dal momento che non tutte le case – compresa quella di mia sorella - allora avevano i termosifoni). Ho lavorato in fabbrica per 4 anni (fino a quando mi sono sposata), ma, avendo un diploma,  non volevo restare operaia per tutta la vita. Così con l’aiuto di mio cognato Carlo, abbiamo trovato un professore ed ho cominciato a frequentare le lezioni di tedesco. Anche Carlo mi aiutava e dopo mi fece iscrivere ad una scuola professionale. Carlo ed Angelina mi consideravano una figlia. Angelina mi aiutava a risparmiare. Quando arrivava lo stipendio, stabiliva quello che serviva per vivere e quello che andava depositato in banca. Ma per una ragazza come me la cosa pesava un po’, perciò quando prendevo lo stipendio, prima di tornare a casa e consegnarglielo, mi prendevo qualche libertà, comprandomi qualcosa che mi piaceva. In 4 anni mi ha fatto mettere da parte 7000 franchi.

 

Oltre Umberto ed Angelina, vivevano in Svizzera anche altri fratelli. Quali erano i vostri rapporti? Vi incontravate spesso?

 

Si, anche se in periodi diversi e non nella stessa città, sette di noi fratelli (su otto): oltre Angelina e me, Antonietta, Antonio, Umberto, Mario, Giuseppe, siamo stati in Svizzera. Punto di unione era Angelina che aveva la casa, mentre gli altri vivevano nelle baracche o in alloggi provvisori. La domenica era molto bello, perché, dimessi gli abiti del lavoro, ci ritrovavamo insieme, andavamo a  Messa, arrostivamo salsicce, pranzavamo insieme, cantavamo le canzoni italiane. Angelina, oltre a preparare il pranzo lavava  a mano la biancheria dei fratelli maschi, che vivevano soli (tra cui le famose maglie di lana di pecora pesantissime e tanto faticose da lavare). Qualche volta si incontravano i paesani, si andava a qualche festa. Cose semplici.

I miei fratelli erano molto gelosi di me e mi tenevano sotto stretto controllo, secondo la mentalità frassese del tempo, molto rigida. Soltanto mio cognato Carlo stava dalla mia parte e sosteneva qualche mia esigenza di ragazza. Devo dire che l’atteggiamento dei miei fratelli era motivato anche dal comportamento di alcuni ragazzi italiani, che hanno fatto molto male alle ragazze svizzere e italiane: si divertivano e le lasciavano.

Ma io con i ragazzi mi sono trovata sempre bene, perché ero molto chiara. Mi piaceva un ragazzo siciliano, che era interessato a me, ma i miei fratelli non volevano perché non si era comportato bene con altre ragazze. Così lo lasciai e lui si sposò con una ragazza siciliana.

 

E poi si è fidanzata con un ragazzo svizzero, che è diventato suo marito. Come lo ha incontrato?

 

L’ho conosciuto nel 1963 al battesimo del figlio di un fratello di mio marito che era sposato con la sorella di Carlo, mio cognato. I genitori scelsero come padrini me e il mio futuro marito, che non conoscevo. Dopo il battesimo, lasciato il bambino dalla nonna, andammo a pranzo fuori soltanto i genitori ed i padrini. In Svizzera si usava così. Tra noi rimase un po’ di amicizia, ma un bel giorno lui si presentò a casa  di Angelina con un grande fascio di rose per parlare con me.

Angelina mi disse: “Se ti piace sappi che le cose lunghe non mi piacciono”. Mi mise un po’ fretta e decidemmo di sposarci. Facemmo il fidanzamento ufficiale a Frasso. Don Achille benedisse anche le “fedi” del fidanzamento, secondo l’usanza svizzera, e partecipò alla festa.

Durante il fidanzamento l’incontro tra la mentalità frascetana dei miei e quella svizzera ci provocarono qualche problema: litigavamo per i comportamenti dei parenti, ma con lui mi trovavo bene. Ci sposammo nel 1964, lo stesso giorno al Comune e in Chiesa, nel famoso santuario mariano svizzero di Einsiedeln. Mio fratello Antonio e il padre di mio marito fecero da testimoni.. Mio marito aveva 19 anni ed io 21. Per l’occasione venne in Svizzera anche mia madre. Il padre di mio marito aveva un’orchestrina che suonò durante la festa. Una bella festa.

Subito dopo il matrimonio rimasi incinta di due gemelle. E’ stata una gravidanza faticosa: mi mancava la vicinanza di mia madre e dovevo lavorare (ho lavorato fino a due giorni prima del parto). Poi è nata anche la mia terza figlia.

Dopo il matrimonio cambiai lavoro. Mio marito, dopo la nascita delle gemelle, mise su una impresa di costruzioni con 25 operai, ed io lo aiutavo nella contabilità e nelle varie pratiche. Per acquisire le competenze necessarie, frequentai anche dei corsi serali.

Dopo 10 anni, il nostro matrimonio è finito e mi sono trovato in una situazione difficilissima: senza marito e con tre figlie da crescere. Ho affrontato tante difficoltà per tirare avanti. Mi sono sentita circondata da diffidenza e incomprensione anche da parte dei miei familiari, che non hanno sempre capito la mia scelta e che in qualche caso mi hanno allontanata. A mia madre, con la quale avrei voluto tanto sfogarmi, non dissi nulla. E’ morta nel 1981 senza sapere che ero divorziata.

Nonostante i tanti problemi che mi ha procurato, il divorzio è stata anche l’occasione per realizzare il mio sogno di insegnare (Ricordo che sin da bambina, andavo a scuola presto, senza neppure far colazione, per mettermi in cattedra prima che arrivasse la maestra, la signora Sgarra, e improvvisarmi insegnante con i miei compagni di classe presenti, talvolta anche a costo di essere rimproverata da mia madre e rispedita a casa a far colazione dall’nsegnante9). Ho frequentato il Goethe in Germania  ed ho conseguito il diploma in tedesco e finalmente nel 1981 ho avuto le prime 4 ore di insegnamento. Per andare avanti la sera andavo a lavorare anche in una pizzeria (nel frattempo avevo frequentato anche una scuola alberghiera), che avevo aperto, con grandi sacrifici e che dopo il divorzio ho tenuto per 10 anni

Da 26 anni sono inserita nella scuola pubblica svizzera, dove sono di ruolo ed insegno italiano, computer ed economia domestica, ho una mia casetta e le mie figlie, tutte sposate, mi hanno dato dei nipotini, cui sono molto legata.

 

 

Cosa pensa di Frasso?

 

Ho sempre tanta nostalgia della mia famiglia e del mio paese, che rappresenta le mie radici, la mia infanzia e tanti valori che fanno parte della mia vita. Questa nostalgia mi ha accompagnato sempre: ricordo il primo Natale lontano da casa: quanta nostalgia! Ma ormai sono 46 anni che non vivo un Natale nel mio paese. A Frasso desidero tornarci quando sono lontana, ma quando ci passo qualche giorno mi sento straniera. Ma questo capita un po’ a tutti quelli che come me si son dovuti allontanare dalla propria Terra. Alla fine ti senti né di qua né di là. Questo forse dipende anche dal fatto che non ho molti contatti con i frassesi, perchè  tanti compaesani che vivevano in Svizzera quando sono arrivata sono tornati in Italia. Ma quando torno a Frasso e vedo la montagna di san Michele, mi viene da piangere e penso con un po’ di risentimento che l’Italia non mi ha dato la possibilità di vivere nel mio paese, dove però ho una porta sempre aperta, perché le mie sorelle Antonietta e Angelina sono sempre disponibili nei miei riguardi, come i miei nipoti Raffaele e Giulia, che si prestano generosamente in qualsiasi momento e per qualsiasi bisogno sia mio che della mia famiglia.

 

(a cura di V. Di Cerbo)

(da Moifà 46)


Naviga negli articoli
Precedente articolo I Mosiello tra Frasso e gli USA La valigia di cartone/5 prossimo articolo

Come arrivare

Italia - Campania

In primo piano

Ricettività

Prodotti locali e ricettività turistica

Articoli recenti

Immagini

FRASSO TELESINO- Sentiero verso la chiesetta-"S.Michele"

Links