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Rubriche > PAGINE DI STORIA delle Terre dei Gambacorta > UNA FESTA PRIMAVERILE a Frasso
UNA FESTA PRIMAVERILE a Frasso
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 4/10/2013 (1334 Letture)

 Volentieri pubblichiamo un articolo del Prof. Carmine Calandra senior, sul Maio, la Gita a S. Michele e il canto del Moifà, apparso nel giugno del 1904 sul periodico SCIENZA E DILETTO (Anno XII – Numero 12) e gentilmente fornitoci dal nipote dell’Autore, il Preside Carmine Calandra.

 

I.                   IL MAIO

 

Quando, sparite affatto le nevi su per i dossi dei monti e ridesti i rumorosi torrenti, la natura spande la sua giovinezza in una festa lieta e vigorosa di verde; quando per il cielo ormai limpido e quieto è tutta una letizia di sole, di profumi e di canti, anche l’uomo (chi non lo sa?) si risveglia, e innanzi alla serenità delle cose sente rifiorir nel cuore la speranza, riaccendersi l’ardor della vita e dilatarsi quella divina ebbrezza dell’amore che è anima e sintesi della vita universale.

Il canto, il ballo, le gite e i ritrovi all’aperto divengono allora un bisogno imperioso, soprattutto nei paesi meridionali;  bisogno a cui l’uomo s’arrende, lieto di sentir più pieno e più intimo il contatto colla natura circostante, di mescer la sua festa alla festa universale della primavera.

Si spiegan così il Calendimaggio fiorentino e i balli e le canzoni, cui quasi dappertutto in Grecia, si saluta l’arrivo della bella stagione.

E noi abitanti di questa parte meridionale d’Italia, così fantasiosa e sentimentale, non abbiamo le nostre feste primaverili? Non so, ma ho qualche motivo per credere che il nostro culto dell’alma natura e della primavera sia per questo riguardo inconsciamente congiunto col culto religioso della vergine e dei Santi che si celebrano tra l’Aprile e il Giugno. Il Calendimaggio del mio paese , per esempio, - un Calendimaggio naturalmente rozzo e agreste – mi par che coincida colla festa dell’apparizione di San Michele, il giorno 8 maggio; festa che qui ha due attrattive abbastanza curiose: l’accensione del maio, la sera della vigilia, e la gita sul monte col canto del moifà, il mattino seguente.

Descriviamole un poco, cominciando dal maio. – A quanti questa parola non richiamerà i “freschi mai” che Dante mirò nel paradiso terrestre al di là del fiumicello di Lete, e nei quali rimase come consacrato il ricordo del bell’uso fiorentino di attaccar rame fiorite alle finestre delle fidanzate, la notte del primo Maggio? – i mai frassesi son però cosa abbastanza diversa: son mucchi di frasche novelle, a cui si dà fuoco con gran tripudio la sera del 7 Maggio. – Se ne fan due, tre, e anche più per ogni via del paese, e si comincia di buon’ora, nel pomeriggio a metterne insieme i materiali, così vivo è il desiderio di ciascuna contrada  di comparir bene fra le altre. Bisognerebbe veder quegli sciami di ragazzi affaccendati, che vanno di casa in casa a chiedere, a impetrare, a strappar, se occorre, la legna; che si aprano innanzi ai contadini tornanti dai campi con delle fascine sui fidi asinelli; che, se ciò non basta,  piglian difilati i sentieri sassosi della montagna, e di lì tornano in men che non si dica , carichi, le donnine  specialmente, di discrete sarcinelle. Non ci vuol molto così a raccogliere un bel mucchio di rami, che qualche entusiasta o sfaccendato della contrada (ditelo come meglio vi piace) va disponendo poi con bel garbo intorno a un palo fisso in terra, in modo da formar come una cupola verde di frasche, alta e grande.

Dopo l’Avemaria, quando i contadini si sono rifocillati tra le pareti domestiche, i mai si cominciano ad accendere l’un dopo l’altro, per le varie strade del paese. E’ uno schioppettio, un crepitare festoso , che si leva, insieme coi primi riflessi della fiamma e i primi nugoli di fumo, al di sopra delle case, e si spande, rispondendosi da un punto all’altro sempre più vivace; già frattanto si comincia a sentir qualche colpo di schioppo  e i sommessi preludi dei canti devoti delle donne.

Poi il crepitio cresce ancora vivissimo,  i mai divampano, sono accesi tutti oramai e chi gira intorno al paese lo vede avvolto in una nube scura arrossata dai riflessi delle vampe: altri fuochi tremolano lontano per la campagna.

Accostiamoci ora ad un maio. Torno torno alle fiamme che or si vanno ammantando di caligine, or sfavillano splendide  e pure come oro, c’è una corona di ragazzi, di forti campagnoli, di giovanotti, intenti più che ad altro, a caricare e a ricaricare, con un’alacrità straordinaria, certi vecchi schioppi familiari, nelle cui canne scende e riscende, tintinnando, la verghetta che rassoda la carica.

Poi ogni tanto il cerchio dei curiosi si allarga , e bum, uno, due, tre colpi s’avventano insieme a scompigliar le fiamme, che si piegano a terra, ondeggiano, sembran dome, e risorgono qualche istante dopo più fervide, verso il cielo.

Sulle soglie delle case intanto le donne si godono anch’esse quella festa semplice e lieta, innalzando di quando in quando un coro pieno e gioioso che si spande per le fresche auree primaverili: son litanie, ma cantate con un certo motivo più dolce, più tremulo, più fresco direi quasi, quale non usano se non quando vanno in pellegrinaggio, fra le libere e profonde risonanze dei monti.

Santa Maria donace grazia canta il pio coro e intanto qualche gruppetto di baldi giovani giunge col fucile sul braccio, colla banda del cappello calata sulla fronte, e fatta coll’occhio – non sine causa – un po’ d’ispezione nel gruppo femminile, dà con certi colpi che mandano  per aria un nembo di faville, le prove della sua famosa valentia. – Così tra le innocue schioppettate e i canti sacri, con cui s’alterna quello un po’ meno devoto del moifà, si aspetta che venga a mancare il maio, a  cui di rado si risparmia, in extremis, il colpo di grazia che lo riduce tutto in brace sfavillante; poi i giovani che hanno ancora polvere e voglia di divertirsi si allontanano verso altri punti del paese dove ancor arde la fiamma; simbolo forse dell’intimo fuoco che brucia e avviva le anime loro.

 

II. LA GITA SUL MONTE E IL MOIFA’

 

Il giorno dopo si porta su a una chiesetta, attaccata all’erto e roccioso monte Sant’Angelo, la statua di San Michele, un blocco di macigno sbozzato a forti colpi da chi sa qual Fidia, e che brandisce per l’occasione una bella sciabola luccicante.

Malgrado la sua complessione perfettamente montanara, l’Arcangelo non rimane tutto l’anno sulla montagna: ne scende per la festa di settembre, quando già qui comincia a correr qualche brivido precursore dell’inverno, e vi risale nel bel Maggio, quando si è ben risvegliato, in alto, il brulichio delle greggi e dei pastori. – Il monte però è la sua vera sede, e di lassù protegge, oltre la montagna che ha pur essa la sua vita e i suoi frutti nella stagione estiva, l’ampia distesa delle nostre campagne colle speranze della messe e della vendemmia.

Col prete e cogli uomini offertisi a portar la statua, va su dunque la mattina dell’otto Maggio, un gran numero di persone: contadini più di tutto, artigiani, svelte giovinette, e, naturalmente, anche giovanotti di belle speranze, ragazzi poi senza numero, essi pure forniti di schioppi: che a tutti è concesso oggi di portarne in omaggio all’antico uso e al carattere di schietto tripudio rusticano che ha la festa. – Si sale per una via erta e sassosa che gira su per i fianchi stagliati del monte, il Santo avanti, e dietro,a piccole comitive le donne litanianti come la sera prima, gli uomini sempre coi loro schioppi fra le mani, che scarican poi tutti insieme in fila di venti o trenta , destando gli echi profondi della montagna. Giunta su al piano, la processione si raccoglie meglio, e, un po’ salendo e un po’ discendendo, or per distese aperte e ondulate or per fresche macchie di faggi, procede; finché, superata ancora un po’ di salita, fra ardue balze rivestire di verde, arriva alla chiesetta, attaccata come un nido silvestre alle più sublimi rupi del monte, con un po’ di spiazzato davanti. – Il Santo ripiglia possesso della sua nicchia, forse troppo umida, ma posta, per compenso, in così spirabil aere, e la gente dopo che ha assistito alla messa, onorata all’elevazione d’una salva magnifica, unanime, si sparge intorno pei verdi declivi, per le amene ombre ad acchetar lo stomaco che si lagna; e vi so dir io ch’è un piacere memorabile far colazione lassù con un po’ di prosciutto o di frittata, su cui scende come balsamo il succo rubicondo delle nostre viti.

 - Ognuno ha portato la sua modesta provvisione, ma per quei forti che non trovan  sufficiente la consueta bottiglia a generar nell’anima la soave ebbrezza da cui sgorga il moifà, non manca qualche provvido bettoliere venuto fin lassù con la sua merce. – E proprio adesso, quando le varie brigate, rifocillatesi, cominciano a scorazzar  più contente per i dintorni della chiesetta, e chi ne suona a distesa  la campanella, e chi va a sporger la testa, guardingo, dalla famosa rupe dell’inferno che scende a picco sur un’ampia scena di selve e di castagneti, adesso proprio cominciano a risuonar le note gioconde , appassionate, impertinenti (che dir più?) del nostro moifà. – Il quale è un canto frassese, proprio frassese, che comincia a saper buono, diciam così, al sopravvenir della dolce primavera, e non si canta più quando essa cede all’estate, ma che per questa festa è fatta veramente e ricorda tempi più spensierati, più municipalmente quieti, più rusticamente giocondi e piacevoloni, che i racconti dei padri nostri ci richiamano ancora alla fantasia.- Par dunque che un trenta o quarant’anni fa si andasse a Sant’Agnoli in assai maggior numero che adesso e con voglia ben più viva di divertirsi: vi andavan le famiglie signorili e quelle che eran poi tante a Frasso, dei vaticali, piccoli per lo più, ma di arditi commercianti che addosso ai loro muli portavano le cose più svariate a tutti i paesi e paeselli dell’Abbruzzo, e ne tornavan di tanto in tanto, carichi come si diceva allora, di belle pezze.

Quella brava gente saliva dunque sul monte l’8 Maggio, dopo aver mandati uno o due giorni prima i suoi canestri lautamente forniti; e quando tornava giù sparsa per le varie stridette che si possono pigliare, si sentiva vincere dal brio, dalla gioconda  eccitazione del vino e della scampagnata, e si fermava due, tre volte, prima d’entrare in paese, tra la freschezza dei castagneti (campielli che scendono a scaglioni giù per le pendici) a ballar la tarantella, a scaricar gli schioppi, a bere ancora un bicchiere, e a cantar più di tutto, con quanta voce, con quanta lena,con quanto entusiasmo aveva.

Il moifà era proprio il canto adatto a quel trasporto, a quell’ora festiva; il moifà che esprime tanto senza dir nulla di preciso, che dà una voce a tutte le disposizioni, a tutti i sentimenti d’uno spirito commosso, pieno dell’ebbrezza della primavera: dall’intima malinconia passionale alla contentezza gioconda dell’amore, dalla gaiezza vivace, briosa al trasporto folle che prorompe in frasi violentemente scherzose, in strofe terribilmente mordaci::: contro nessuno, in ritmi rapidi, travolgenti … che non concludono a nulla. – Poiché è senza alcun dubbio il bisogno di cantar per cantare che si soddisfa in questo canto, che è come un centone iridescente di motivi, d’intonazioni, di ritmi sempre vari, ma che non hanno alcun nesso, se ne togli quel ritornello: Moifaaa moorire oi cheee (Forse: mi vuoi far morire, o che?), per cui si passa dall’uno all’altro, e nel quale la voce si riposa, stendendosi sulle vocali come in un abbandono deliziosamente prolungato.

Vorrei pur dare una certa idea delle tante movenze di questo canto, ma come fare se non posso trascrivere che le parole che qui sono il meno interessante, e che così sole rischian di dir niente, proprio niente? Mi contenterò quindi d’accennar solo a qualche motivo.

C’è una strofe che esprime in modo davvero mirabile la dolcezza del riposo primaverile e insieme il soave tormento dell’amore che destasi al tornar della lieta stagione, quando tutto è splendore, armonia, palpito di creature rinnovellate. E la placida soavità del canto è qui variata e cresciuta dal ritornello che ricorre al termine d’ogni verso, sino alla fine:

Sotto a chella cerza pampanosa,

Là ce sta ninno mio a riposà,

Tanto che ce statstanco e s’è addormuto;

Santo Francisco mio, fallo scetà.

Santo Francisco, ‘na grazia te cerco

Chilo che voglio fammillo spusà.

 

Bisognerebbe sentir poi com’ è graziosamente mosso il canto, quando dice:

 

E se vuoi la ‘nzalatella

Vieni all’uorto ca te la dongo,

Te la taglio co’  lo cortiello,

No lo dicere a mammeta no.

 

E come prorompe invece rapido, saltellante in strofe come questa che trascriverò, dalle uscite tronche, o, quando non sdrucciole, fatte tronche lo stesso da un secondo accento, martellante stranamente sull’ultima sillaba.

 

E le scarpe de lo mio amore

Me le boglio venneré…

E chi se le vo accattà,

Zarellucce a le femminé…

 

Così cantavan gli avi frassesi in calzoncini corti di velluto, quando scendono tripudiando dalle balze di Monte Sant’Angelo, e così cantano ancora i loro nipoti; ma bisogna dir che la tradizione, ristrettasi da quel tempo fra le classi più umili, comincia adesso quasi a illanguidire, a mancare addirittura…

Eppure non dovrebbero spegnersi tradizioni simili: una tradizione, vo’ dire, come quella del maio, nelle cui fiamme può esser bene rappresentato l’ardore infernale in cui si crucia Lucifero, l’eterno ribelle, ma può trovarsi incarnato non men bene il culto atavico, inconscio dell’uomo per il fuoco, simbolo dell’intima potenza , dello spirito generatore dell’universo che si risveglia a primavera; una tradizione come quest’altra della gita montana, col suo vecchio canto, che in forma ingenua quanto rozza esprime ( e il popolo solo sa esprimerlo così simpaticamente) la gioia, il palpito della vita umana, che mentre tutte le cose si rinnovano all’uscir dall’inverno, si sente dilatata, rinnovata, ingrandita essa pure.

 

Frasso Telesino, Giugno 1904

 

Carmine Calandra


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