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Rubriche > CHIESE E CASTELLI nelle Terre dei Gambacorta > La Chiesa di San Vito a Frasso
La Chiesa di San Vito a Frasso
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 25/9/2009 (1920 Letture)

E’ una chiesetta  con  candide cortine bianche, che le danno un tono di grande semplicità, che si trova sulla strada provinciale che porta a Dugenta, a circa 2 Km dal centro abitato di Frasso Telesino, presso l’incrocio con la via comunale per Nansignano, presso l’omonima collina.

                Oltre che nelle Visite Pastorali del 1600, ne troviamo una descrizione completa, redatta dal Canonico Pietro Fusco (1810-1879), nell’Archivio Parrocchiale di santa Giuliana: “Questa chiesa è situata sopra una vasta pianura di un quarto di miglio non lontano da Frasso di ius patronato del Collegio[dei Canonici della Collegiata del Corpo di Cristo n.d.r]. Essa è cinta dintorno da un muro quadrato, ma diruto, ed a costo di essa evvi un giardino bastantemente grande. Dentro questo muro vi si scorge una cisterna. Attacca colla detta Chiesa un complesso di case composto di due stanze superiori, a queste vi si accede mediante una scalinata di fabbrica, e due sottane e mette per abitazione del romito. Ha una campana, la quale fu benedetta da Mons. Albini, patrizio beneventano e Vescovo di S.Agata dei Goti il di 13 giugno 1706 e fece da maestro delle sacre cerimonie il canonico Sig. D’Andrea Lucio di S.Agata.

In essa chiesa vi sono cinque altari, cioè il primo della Madonna della Libera, il secondo di S.Vito, il terzo di S.Eligio, il quarto dei SS. Cosma e Damiano ed il quinto finalmente di S.Maria del Popolo.

In questa Chiesa vi si cantano annue messe tre dal Collegio, cioè una nella terza festa di Pasqua di Resurrezione, ossia martedì in albis, nell’altare di S.Vito. La seconda nella terza festa di Pentecoste nell’altare di S.Maria del Popolo e la terza finalmente nella festa di S.Vito il 15 giugno nell’altare di S.Vito.

La Chiesa, come l’antica Collegiata del Corpo di Cristo, da cui dipendeva è di proprietà del Comune di Frasso Telesino

La facciata estremamente lineare – vi si aprono un’unica porta con sovrastante oculo – è scandita ai lati da paraste e superiormente  è conclusa  da un timpano triangolare; l’elemento naif di questa chiesetta  è quel  coronamento curvilineo posto al di sopra del timpano che, interrompendo  la regolarità dell’insieme,  le dà il carattere di architettura spontanea. Nel timpano  era inserito un pannello con i miracoli di san Vito; composto di 20 riggiole maiolicate, che recava al centro l’immagine del Santo ed ai lati sei scene rappresentanti i suoi miracoli: uomini e donne  aggrediti da cani, forse in preda  alla rabbia oppure cani molto probabilmente guariti da questa malattia per intercessione del Santo.  Superiormente l’immagine di San Vito è sormontata dal simbolo  dell’eterno (l’occhio inserito nel triangolo) mentre inferiormente  una corona regale contiene due palme simbolo del martirio. Questa bella maiolica, realizzata alla fine dell’Ottocento dalla Bottega Giustiniani di San Lorenzello è stata rubata il 30 maggio 2007. Attualmente rimane soltanto la cornice in stucco. Tale significativo manufatto è stato studiato da uno dei maggiori esperti di ceramica campana, Guido Donatone, nativo di Airola, che lo ha pubblicato nel volume Maiolica popolare Campana, edito dal Banco di Napoli nel 1976 e curato dalle Edizioni Scientifiche Italiane.

           Un modesto campanile, di forma quadrangolare  con  una  guglia a pera, più volte distrutto e ricostruito, completa l’aspetto esterno di questa graziosa architettura popolare,

             Mentre sulla facciata esterna e su quelle laterali la chiesa è discretamente conservata, notevoli sono, nella parte posteriore,  i segni del degrado e dell’incuria: quella che era l’abitazione del romito -  le due stanze superiori e quelle inferiori -   è diruta, così come la scala esterna di accesso, quasi impraticabile per la folta vegetazione che  via via sta  divorando e sconnettendo la muratura.

               L’interno contrasta con l’ortogonalità dell’esterno, anche perché, come attestano i due ingressi, è il risultato della fusione di due precedenti chiesette attigue: S. Vito e Santa Maria del Popolo, poi rese comunicanti. Il programma iconologico di questa chiesetta doveva essere quasi tutto ispirato ai santi taumaturghi o connessi alla cultura contadina, ma dei cinque altari descritti dal Fusco  ne restano solo tre.   Varcata la soglia della Chiesetta, sulla sinistra, troviamo l’altare dedicato ai  santi Cosma e Damiano, parimenti venerati nell’Oriente e nell’Occidente cristiani, detti gli Anargiri (in greco, “senza argento”) per la  buona abitudine di prestare la loro opera di medici senza chiedere compenso alcuno. La fama dei miracoli ortopedici di questi due santi ha certamente influito sulla devozione frassese, tant’è che accanto all’altare sono depositati  ex voto di arti e tutta una serie di grucce, antiche e moderne.

           Il santo più venerato è certamente san Vito, il titolare della chiesa; questi, vissuto  nel IV secolo, subì il martirio sotto Diocleziano ed è uno dei 14 santi ausiliatori. Il suo culto ebbe vasta diffusione nel V secolo soprattutto nell’Italia meridionale ove è tuttora invocato per alcune infermità quali l’Epilessia (ballo di San Vito), l’Idrofobia, la Corea; è altresì invocato contro i Lampi ed il cattivo tempo, il Morso di bestie velenose e idrofobe. E’ protettore dei Bottai, dei Calderai e dei Vignaioli. L’altare a lui dedicato, molto semplice, così come vuole il carattere campestre dell’architettura ma con decorazioni in stucco più elaborate rispetto agli altri due, è  arricchito da una pala con l’immagine del santo con l’immancabile cane, san Francesco e la Madonna col Bambino circondata da nuvole ed angeli, probabile opera del pittore frassese settecentesco Giuseppe Antonio Agnone (1739-1799), che la ridipinge su un’opera precedete. 

Questa pala, insieme alla struttura in legno dorato che funge da cornice, dopo un accurato restauro realizzato dal Maestro Ezio Flammia, nel 2002, si trova attualmente nella nuova sagrestia della Chiesa della Madonna di Campanile.

Sul terzo altare, nella nicchia ora vuota, fino a pochi anni fa si poteva vedere una statua di San Pasquale a mezzo busto.              Vivaci stucchi, certamente settecenteschi, arricchiscono questa chiesa così come  una graziosa acquasantiera in pietra posta accanto ad un ingresso laterale. Quello che però colpisce di più sono le ingenue raffigurazioni di animali e piante, riportate su  affreschi o incise su pietra, come quelle visibili sulla soglia di ingresso; è nella plastica bellezza delle pareti bianche e in queste semplici raffigurazioni, testimonianze di un lontano  mondo contadino che sta il segreto che affascina chi visita questa chiesa per la prima volta. Il tutto, di un gusto arcaico e prezioso allo stesso tempo, appare  realizzato senza complicazioni cerebrali, plasmato e modellato con cura da uomini in contatto umile e fraterno con la fede,  in un contesto perfettamente armonioso con la natura, senza stonature.

 

(Cfr. G.Lala, San Vito, in Moifà 26 - Ottobre 2001 – pp. 3-7; E. Flammia, Il restauro della Pala di S. Vito in Moifà 30, ottobre 2002, pp. 9-11)


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