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La gita a S.Lucia
Articolo di Valentino Di Cerbo pubblicato il 2/11/2009 (1067 Letture)

 La prima domenica di maggio era uso per i cittadini di Limatola recarsi al santuario di S.Lucia, oggi della “Divina Misericordia”, sito a Centurano, frazione di Caserta.

La tradizione si è conservata fino agli anni ‘60, quando l’avvento diffuso della motorizzazione, ha posto fine all’usanza, in quanto, accorciando le distanze, ha reso più frequente la visita al santuario, togliendo alla stessa il fascino che aveva una volta.

Il Santuario si raggiungeva a piedi, partendo in gruppo dal centro del paese, e, percorrendo i sentieri segnati sulle colline, si arrivava prima a Pozzovetere, poi al Mezzano, a Casolla, a S.Barbara e infine a Centurano, dove, ai piedi dei Monti Tifatini, quasi in un incavo della roccia, si trovava la Chiesa, non grande, in verità, ma suggestiva. La Santa, protettrice della vista, aveva nella mano un piatto con dentro gli occhi, che le furono strappati durante il martirio, e che poi rinacquero per miracolo nelle sue orbite. La devozione alla santa, vergine e martire, era sentita, la fede sincera.

Si raggiungeva la meta in circa tre ore e, ascoltata la Messa, fatta la Comunione, consumato un pasto portato da casa, si faceva ritorno al paese, a tarda sera.

Valeva la pena, però, per gli abitanti di Limatola raggiungere il luogo. Si era in vacanza per un giorno dal lavoro, si vedeva gente, i bambini si divertivano, i giovani si incontravano.

C’erano le “bancarelle” con castagne, nocciole, arachidi e lupini, torrone, cioccolata, caramelle di tutte le forme, e poi, palloni colorati, macchinine, fischietti, palle di gomma, girandole, bambole di pezza, topini con la corda, giocattoli poveri di una volta.

Nel paese, appena dopo la guerra, fu impiantata la prima ditta di pullman e così la gita si motorizzò, ma il disagio per raggiungere il Santuario non cambiò di molto.

Il pullman era un vecchio arnese di colore azzurro, con un lungo muso davanti, sedili rigidi e scomodi, finestrini sconnessi e rumorosi, ma comunque un lusso, che permise a molti giovani di poter seguire gli studi medi, superiori e l’Università di Napoli. Una scaletta posta al lato posteriore serviva per porre i bagagli sopra il tetto dello stesso. Procedeva lentamente a causa delle molte buche che la strada presentava, lastricata di ghiaia, ma per lo più di terra battuta, anche se per tutti era “a’ via nova”. Si fermava ogni tanto, abbisognando di manutenzione continua per continuare il cammino e quando riprendeva la corsa lasciava dietro di sé una nuvola di polvere.

In quel giorno l’autista era costretto a fare diversi viaggi di andata e ritorno, per soddisfare la richiesta, e stipava nell’abitacolo tanti passeggeri i quali, addossati l’uno all’altro, alle frenate e agli inevitabili scossoni che il pullman prendeva, non potevano nemmeno cadere, non essendoci lo spazio materiale per farlo. Impiegava più di un’ora e all’arrivo si era già stanchi.

La chiesa era sempre gremita e farsi strada per raggiungere l’altare era un ulteriore sacrificio, ma poi, con la soddisfazione del dovere compiuto, il piacere di comprare leccornie e consumare il pasto, seduti per terra sotto un albero, in un clima gioioso di festa, era ancora più grande.

Lidia Di Lorenzo


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